
L’Iran espone Trump in una bara nel cuore di Teheran: la propaganda che anticipa la rappresaglia
Un gigantesco murale a piazza Enghelab raffigura il presidente americano in una bara aperta con la scritta 'We will kill Trump', mentre si intensificano gli scontri e le minacce incrociate.
Un imponente manifesto è apparso mercoledì a piazza Enghelab, il crocevia simbolico della propaganda di regime a Teheran: mostra Donald Trump disteso in una bara nera, gli occhi chiusi, le mani incrociate sulla cravatta rossa, accompagnato dalla scritta in persiano e inglese 'We will kill Trump'. L’installazione, che include riferimenti ai bambini uccisi nel bombardamento di una scuola a Minab lo scorso febbraio, segna un’escalation nella retorica iraniana dopo la morte della Guida suprema Ali Khamenei e la ripresa dei raid statunitensi. Secondo fonti di intelligence occidentali, il murale non è un gesto isolato: nei giorni scorsi un quotidiano conservatore iraniano ha pubblicato una lista di tredici leader stranieri da colpire per vendetta, tra cui Trump, il premier israeliano Netanyahu e il britannico Starmer.
A Washington, l’amministrazione Trump interpreta queste immagini come la conferma di un piano iraniano per assassinare il presidente, ipotesi su cui Israele avrebbe allertato gli Stati Uniti con un’informativa riservata. Lo stesso Trump, durante il vertice NATO in Turchia, ha dichiarato di essere 'su ogni lista' di Teheran e ha promesso di 'estirpare quel cancro'. In risposta, il Comando centrale americano ha condotto una nuova ondata di attacchi di precisione contro centri di comando, difese aeree e siti missilistici iraniani, inclusa la zona di Bandar Abbas, mentre prosegue il blocco navale dello Stretto di Hormuz. Teheran, da parte sua, rivendica il lancio di missili balistici contro basi americane in Giordania e Bahrein e denuncia il bombardamento di un ospedale pediatrico ad Ahvaz, circostanza che ha costretto all’evacuazione di oltre duecento pazienti oncologici.
L’impatto economico della crisi si riverbera direttamente sull’Europa e sull’Italia. Lo Stretto di Hormuz, da cui transita un quinto del petrolio e del gas mondiale, è di fatto paralizzato dalle ostilità, con un’impennata dei prezzi energetici che, secondo gli analisti di Bruxelles, rischia di comprimere ulteriormente i margini fiscali dei governi del continente già provati dall’inflazione. Per Roma, la dipendenza dalle importazioni di greggio mediorientale rende ogni escalation un fattore di instabilità immediata per i costi di carburante e per la tenuta della ripresa. Negli ambienti diplomatici europei si osserva con preoccupazione il fallimento del cessate il fuoco siglato poche settimane fa, ormai collassato sotto il peso di attacchi reciproci che hanno colpito anche infrastrutture civili come ponti ferroviari.
In questo quadro, la visita a Washington del nuovo primo ministro iracheno Ali al-Zaidi – che solo una settimana prima partecipava ai funerali di Khamenei – assume un significato strategico. Secondo fonti vicine alla Casa Bianca, l’incontro con Trump, fortemente voluto dall’inviato americano Tom Barrack, segnalerebbe la volontà di Bagdad di prendere le distanze dall’influenza iraniana e di rilanciare un’agenda 'Iraq First', che include l’impegno a disarmare le milizie sciite filo-iraniane. Teheran, secondo quanto trapelato, avrebbe esercitato pressioni su al-Zaidi perché evitasse Washington come prima meta estera, ma la scelta del premier iracheno di sedere accanto a Trump mentre questi annunciava nuovi raid è stata letta dagli osservatori del Golfo come un gesto di allineamento. Il dossier resta aperto: la comunità internazionale attende ora passi concreti sul disarmo delle milizie, mentre il conflitto tra Stati Uniti e Iran continua a spostarsi dal terreno militare a quello simbolico, con i murales di piazza Enghelab che fungono da termometro di una tensione destinata a non allentarsi nel breve periodo.
| Stampa indiana e sudasiatica | −0.30 | critical |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | 0.00 | neutral |
| Stampa sud-est asiatica | 0.00 | neutral |
L'Iran lancia una minaccia di morte diretta contro il presidente Trump attraverso un cartellone provocatorio a Teheran.
Concentrandosi sull'immagine grafica e sullo slogan esplicito, il blocco presenta il cartellone come un atto di aggressione inequivocabile, senza lasciare spazio a sfumature diplomatiche.
Il blocco omette la simultanea visita diplomatica del primo ministro iracheno al-Zaidi a Washington, che offre un contrappunto di negoziazione ed equilibrio.
Il nuovo primo ministro iracheno cammina su un filo tra Teheran e Washington, cercando di tenere il suo paese fuori dalla guerra.
Il blocco utilizza commenti di esperti per inquadrare la visita come una necessità strategica, sottolineando la vulnerabilità dell'Iraq e la necessità di pragmatismo.
Il blocco omette il cartellone provocatorio a Teheran, che metterebbe in luce la posizione aggressiva dell'Iran e complicherebbe la narrazione della mediazione irachena.
Il cartellone minaccioso dell'Iran e il dilemma diplomatico dell'Iraq sono due facce della stessa medaglia, mostrando le complesse dinamiche di potere della regione.
Giustapponendo i due eventi, il blocco crea una narrazione di una regione intrappolata tra escalation e diplomazia, costringendo il lettore a vedere l'interconnessione.
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