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Myanmar e Nigeria, il bilancio di due guerre civili: oltre 180mila morti in sei anni

Due rapporti indipendenti ridisegnano la mappa della violenza in Asia e in Africa, rivelando responsabilità e dinamiche finora sottovalutate dalla comunità internazionale.

Oltre centomila morti in Myanmar dal golpe del 2021 e quasi ottantamila uccisi in Nigeria in sei anni di violenza terroristica. Due rilevazioni parallele – la prima dell’ong americana Acled, la seconda dell’Osservatorio per la libertà religiosa in Africa (ORFA) – offrono una quantificazione aggiornata di conflitti che, secondo gli analisti di Bruxelles, restano ai margini dell’agenda diplomatica globale malgrado la loro portata. In Myanmar, il conflitto innescato dal rovesciamento del governo di Aung San Suu Kyi ha generato, secondo Acled, 100.114 vittime tra tutte le parti, mentre l’ultimo rapporto di Amnesty International documenta per il solo 2025 oltre 7.000 civili uccisi, il dato più alto dall’inizio della crisi, con attacchi aerei aumentati di oltre il 50% rispetto all’anno precedente. In Nigeria, l’indagine ORFA conta 79.323 morti e 34.773 rapimenti tra il 2020 e il 2025, con una media di sette attacchi e 36 decessi al giorno.

La lettura dei dati proposta dai due centri di ricerca sposta il fuoco dell’attenzione rispetto alle narrazioni prevalenti. In Myanmar, la giunta militare è indicata da Amnesty International come responsabile di bombardamenti contro scuole, ospedali e aree popolate, lavoro forzato e centri di ciber-stupri dove le vittime sono trattenute con tratta e tortura. L’Alto Commissariato ONU per i diritti umani segnala che la violenza non si limita ai raid aerei ma si estende a esecuzioni sommarie e detenzioni letali. In Nigeria, il rapporto ORFA rovescia la percezione comune: i gruppi jihadisti Boko Haram e ISWAP, spesso indicati come principali responsabili, avrebbero causato solo il 12% delle uccisioni di civili, mentre il 44% sarebbe attribuibile a milizie classificate come “gruppi terroristici Fulani”. L’organizzazione precisa di distinguere tra formazioni armate e la popolazione Fulani nel suo complesso, ma sottolinea come la violenza legata a queste milizie rappresenti la forza dominante dietro il bilancio delle vittime.

La dimensione religiosa emerge come fattore strutturale in entrambi i teatri, sebbene con declinazioni opposte. In Nigeria, secondo ORFA, i cristiani uccisi sono stati 28.551 contro 13.224 musulmani, con un tasso di omicidi quattro volte superiore rispetto alla distribuzione demografica negli stati colpiti. I rapimenti seguono una logica definita “Captivity by Creed”: gli ostaggi cristiani subiscono riscatti più alti, trattamenti più duri e un rischio maggiore di esecuzione, mentre le donne cristiane sono esposte a violenze sessuali sistematiche. In Myanmar, il conflitto non è inquadrato in termini confessionali, ma la repressione della giunta colpisce in modo indifferenziato le minoranze etniche e i civili delle aree rurali, con oltre 3,5 milioni di sfollati interni e un’economia al collasso che aggrava l’insicurezza alimentare.

Sul fronte delle risposte istituzionali, i due dossier segnalano scollamenti significativi. In Myanmar, la giunta ha annunciato elezioni per dicembre 2025, mentre introduce leggi che puniscono con il carcere o la pena di morte le critiche al governo militare; il taglio degli aiuti esteri statunitensi ha già provocato la chiusura di ospedali nei campi profughi e l’interruzione di servizi essenziali alla frontiera con la Thailandia. In Nigeria, il rapporto ORFA arriva mentre il Servizio correzionale nigeriano comunica che 1.271 condannati stanno scontando pene non detentive – servizio alla comunità, libertà vigilata, giustizia riparativa – in applicazione della riforma del 2019 volta a decongestionare le carceri. L’Osservatorio chiede che la comunità internazionale riconosca la matrice religiosa della violenza e ricalibri l’attenzione oltre il solo jihadismo, mentre per il Myanmar le organizzazioni umanitarie premono per un embargo sulle armi e un meccanismo di accountability. Entrambi i dossier restano aperti: il voto birmano è previsto per fine anno, e il dibattito sulla classificazione dei gruppi armati nigeriani è destinato a influenzare le prossime risoluzioni del Consiglio di sicurezza ONU.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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In Myanmar, oltre 100.000 persone sono morte dall'inizio della guerra civile scatenata dal golpe del 2021. Il conflitto si è frammentato in una moltitudine di gruppi armati, con massacri e abusi contro i civili da entrambe le parti. L'attenzione internazionale è richiamata su una catastrofe umanitaria che non accenna a fermarsi.

Stampa africana subsahariana/ Anglofona
ScetticismoIndignazione

Un rapporto di sei anni rivela che in Nigeria 79.323 persone sono state uccise e 34.773 rapite in violenze legate al terrorismo tra il 2020 e il 2025. Lo studio contesta l'etichetta semplicistica di 'Boko Haram', sostenendo che il mondo fraintende la complessità della violenza nigeriana. Si chiede una lettura più attenta delle dimensioni religiose ed etniche del conflitto.

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Myanmar e Nigeria, il bilancio di due guerre civili: oltre 180mila morti in sei anni

Due rapporti indipendenti ridisegnano la mappa della violenza in Asia e in Africa, rivelando responsabilità e dinamiche finora sottovalutate dalla comunità internazionale.

Oltre centomila morti in Myanmar dal golpe del 2021 e quasi ottantamila uccisi in Nigeria in sei anni di violenza terroristica. Due rilevazioni parallele – la prima dell’ong americana Acled, la seconda dell’Osservatorio per la libertà religiosa in Africa (ORFA) – offrono una quantificazione aggiornata di conflitti che, secondo gli analisti di Bruxelles, restano ai margini dell’agenda diplomatica globale malgrado la loro portata. In Myanmar, il conflitto innescato dal rovesciamento del governo di Aung San Suu Kyi ha generato, secondo Acled, 100.114 vittime tra tutte le parti, mentre l’ultimo rapporto di Amnesty International documenta per il solo 2025 oltre 7.000 civili uccisi, il dato più alto dall’inizio della crisi, con attacchi aerei aumentati di oltre il 50% rispetto all’anno precedente. In Nigeria, l’indagine ORFA conta 79.323 morti e 34.773 rapimenti tra il 2020 e il 2025, con una media di sette attacchi e 36 decessi al giorno.

La lettura dei dati proposta dai due centri di ricerca sposta il fuoco dell’attenzione rispetto alle narrazioni prevalenti. In Myanmar, la giunta militare è indicata da Amnesty International come responsabile di bombardamenti contro scuole, ospedali e aree popolate, lavoro forzato e centri di ciber-stupri dove le vittime sono trattenute con tratta e tortura. L’Alto Commissariato ONU per i diritti umani segnala che la violenza non si limita ai raid aerei ma si estende a esecuzioni sommarie e detenzioni letali. In Nigeria, il rapporto ORFA rovescia la percezione comune: i gruppi jihadisti Boko Haram e ISWAP, spesso indicati come principali responsabili, avrebbero causato solo il 12% delle uccisioni di civili, mentre il 44% sarebbe attribuibile a milizie classificate come “gruppi terroristici Fulani”. L’organizzazione precisa di distinguere tra formazioni armate e la popolazione Fulani nel suo complesso, ma sottolinea come la violenza legata a queste milizie rappresenti la forza dominante dietro il bilancio delle vittime.

La dimensione religiosa emerge come fattore strutturale in entrambi i teatri, sebbene con declinazioni opposte. In Nigeria, secondo ORFA, i cristiani uccisi sono stati 28.551 contro 13.224 musulmani, con un tasso di omicidi quattro volte superiore rispetto alla distribuzione demografica negli stati colpiti. I rapimenti seguono una logica definita “Captivity by Creed”: gli ostaggi cristiani subiscono riscatti più alti, trattamenti più duri e un rischio maggiore di esecuzione, mentre le donne cristiane sono esposte a violenze sessuali sistematiche. In Myanmar, il conflitto non è inquadrato in termini confessionali, ma la repressione della giunta colpisce in modo indifferenziato le minoranze etniche e i civili delle aree rurali, con oltre 3,5 milioni di sfollati interni e un’economia al collasso che aggrava l’insicurezza alimentare.

Sul fronte delle risposte istituzionali, i due dossier segnalano scollamenti significativi. In Myanmar, la giunta ha annunciato elezioni per dicembre 2025, mentre introduce leggi che puniscono con il carcere o la pena di morte le critiche al governo militare; il taglio degli aiuti esteri statunitensi ha già provocato la chiusura di ospedali nei campi profughi e l’interruzione di servizi essenziali alla frontiera con la Thailandia. In Nigeria, il rapporto ORFA arriva mentre il Servizio correzionale nigeriano comunica che 1.271 condannati stanno scontando pene non detentive – servizio alla comunità, libertà vigilata, giustizia riparativa – in applicazione della riforma del 2019 volta a decongestionare le carceri. L’Osservatorio chiede che la comunità internazionale riconosca la matrice religiosa della violenza e ricalibri l’attenzione oltre il solo jihadismo, mentre per il Myanmar le organizzazioni umanitarie premono per un embargo sulle armi e un meccanismo di accountability. Entrambi i dossier restano aperti: il voto birmano è previsto per fine anno, e il dibattito sulla classificazione dei gruppi armati nigeriani è destinato a influenzare le prossime risoluzioni del Consiglio di sicurezza ONU.

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Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

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In Myanmar, oltre 100.000 persone sono morte dall'inizio della guerra civile scatenata dal golpe del 2021. Il conflitto si è frammentato in una moltitudine di gruppi armati, con massacri e abusi contro i civili da entrambe le parti. L'attenzione internazionale è richiamata su una catastrofe umanitaria che non accenna a fermarsi.

Stampa africana subsahariana/ Anglofona
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Un rapporto di sei anni rivela che in Nigeria 79.323 persone sono state uccise e 34.773 rapite in violenze legate al terrorismo tra il 2020 e il 2025. Lo studio contesta l'etichetta semplicistica di 'Boko Haram', sostenendo che il mondo fraintende la complessità della violenza nigeriana. Si chiede una lettura più attenta delle dimensioni religiose ed etniche del conflitto.

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