
Mille giorni dal 7 ottobre: la guerra di Gaza tra conti ancora aperti e una tregua che non chiude il conflitto
A 1.000 giorni dall'attacco di Hamas, il cessate il fuoco resta fragile, la ricostruzione è bloccata e il futuro di oltre due milioni di palestinesi è sospeso tra macerie e negoziati fermi.
Il 2 luglio 2026 segna il millesimo giorno dall'attacco condotto da Hamas il 7 ottobre 2023, che uccise circa 1.200 persone in Israele e portò al sequestro di 251 ostaggi. Da allora, secondo il Ministero della Sanità di Gaza – i cui dati sono considerati attendibili dalle agenzie ONU – l'offensiva israeliana ha provocato oltre 73.000 morti palestinesi, di cui almeno 21.000 minori, secondo Save the Children. Più di 800.000 bambini e adolescenti risultano sfollati, l'80% del totale, e circa 245.000 sono a rischio malnutrizione. Nonostante il cessate il fuoco in vigore dal 10 ottobre 2025, le autorità sanitarie di Gaza segnalano che dall'inizio della tregua sono stati uccisi altri 1.053 palestinesi, tra cui centinaia di donne e minori, mentre le forze israeliane controllano ormai quasi il 70% del territorio della Striscia.
Sul fronte israeliano, la ricorrenza è stata accompagnata da commemorazioni e da proteste diffuse, organizzate in gran parte dal “Consiglio di Ottobre”, fondato da familiari delle vittime e degli ostaggi. A Tel Aviv e Gerusalemme i manifestanti chiedono l'istituzione immediata di una commissione statale d'inchiesta sull'operato del governo prima e dopo l'attacco, una richiesta sostenuta, secondo i sondaggi, da un'ampia maggioranza trasversale dell'opinione pubblica. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha finora respinto tale ipotesi, mentre ha ribadito, in dichiarazioni riportate dalla stampa israeliana, la dottrina della “sopravvivenza del più forte” come unica via per affrontare le minacce regionali, citando la necessità di mantenere il controllo su ampie porzioni di Gaza e di proseguire le operazioni contro l'asse iraniano.
Dal punto di vista diplomatico, il processo negoziale mediato dagli Stati Uniti è in stallo. Secondo fonti vicine al negoziato, il principale ostacolo resta il disarmo di Hamas, condizione posta da Israele e prevista dall'accordo per consentire l'avvio di una nuova amministrazione della Striscia e l'arrivo di una forza internazionale di stabilizzazione. Hamas, da parte sua, non ha respinto formalmente la richiesta, ma ha segnalato di voler conservare parte del proprio arsenale e chiede ulteriori concessioni israeliane. Il Consiglio per la Pace, lanciato all'inizio del 2026 con miliardi di dollari di impegni internazionali per guidare la ricostruzione, è di fatto scomparso dal dibattito pubblico, mentre il Comitato Internazionale della Croce Rossa e le Nazioni Unite denunciano il perdurare di rischi letali per i civili e l'assenza di una “parvenza di normalità”.
Sullo sfondo, la guerra ha ridisegnato gli equilibri regionali. Israele ha condotto campagne militari anche in Libano e Siria e ha colpito direttamente l'Iran, ridimensionando temporaneamente le capacità dell'asse sciita, ma secondo analisti mediorientali la sua posizione strategica appare più isolata, con nuovi assi in formazione tra Riad, Doha e Ankara. In Israele, le elezioni previste per ottobre 2026 si avvicinano in un clima di forte polarizzazione, mentre il governo continua a escludere un'inchiesta indipendente. A Gaza, intanto, la popolazione rimane confinata in un'area inferiore al 40% del territorio, con infrastrutture idriche e sanitarie al collasso e una generazione di minori che ha perso tre anni di istruzione formale. Il dossier resta aperto su tutti i fronti: la prossima scadenza elettorale israeliana e l'eventuale ripresa dei colloqui sul disarmo rappresentano i prossimi passaggi attesi, in un quadro in cui la tregua appare più una pausa operativa che un avvio di soluzione politica.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Mille giorni di guerra a Gaza: la priorità resta la sicurezza di Israele. La catastrofe umanitaria è una conseguenza delle tattiche di Hamas, che usa i civili come scudi. Lo stallo politico è dovuto al rifiuto della comunità internazionale di riconoscere il diritto di Israele all'autodifesa.
Mille giorni di genocidio a Gaza: il mondo assiste in silenzio mentre il regime sionista massacra i palestinesi. La resistenza è l'unica risposta a un'occupazione criminale. Lo stallo politico è la prova del fallimento dell'Occidente e della necessità di una lotta senza tregua.
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