
Pechino sfida l’Occidente con una nuova missione della guardia costiera a est di Taiwan
La rotazione delle navi cinesi nelle acque contese consolida la strategia del ‘lawfare’ e allarga il fronte diplomatico con Tokyo, Manila e le capitali europee.
La guardia costiera cinese ha avviato sabato un nuovo pattugliamento a est di Taiwan, sostituendo la formazione Daishan con la formazione Xiushan. Secondo Pechino si tratta di «pattugliamenti di applicazione della legge» in acque sotto giurisdizione cinese, ma Taipei e diverse capitali occidentali leggono l’operazione come un’estensione della pressione militare e giuridica sull’isola. È la seconda missione di questo tipo in un mese: la prima, a giugno, era stata motivata da Pechino come reazione all’avvio di colloqui formali sui confini marittimi tra Giappone e Filippine, che la Cina considera coinvolgano proprie acque a est di Taiwan.
Taipei ha risposto schierando due unità di monitoraggio e ordinando alle proprie navi di ignorare eventuali richieste cinesi di abbordaggio e ispezione, con l’intervento della guardia costiera taiwanese se necessario. Secondo fonti della difesa di Taipei, le due navi cinesi si trovavano a 54 miglia nautiche a est di Hualien, base aerea strategica, ma al di fuori delle acque interdette. Taiwan considera l’uso sistematico della guardia costiera da parte di Pechino come «lawfare», una strategia per costruire un precedente giuridico di sovranità senza ricorrere a un conflitto aperto. Pechino, da parte sua, non riconosce alcuna rivendicazione di sovranità di Taiwan e ribadisce che l’isola e le acque circostanti sono territorio cinese.
La vicenda ha mobilitato un fronte diplomatico ampio. Stati Uniti, Francia, Germania e Regno Unito hanno espresso allarme per il rischio di escalation in uno dei corridoi marittimi più trafficati del pianeta, da cui dipendono anche le catene di approvvigionamento europee. Analisti di Bruxelles osservano che la mossa cinese si inserisce in un disegno più ampio: mentre l’esercito di Pechino opera quasi quotidianamente attorno a Taiwan, l’impiego della guardia costiera consente di alzare la posta senza varcare la soglia dell’uso della forza militare, rendendo più difficile una risposta coordinata dell’Occidente. Parallelamente, il ministero delle Risorse naturali cinese ha pubblicato in inglese un «parere legale» sui negoziati nippo-filippini, sostenendo che i due Paesi dovrebbero discutere con la Cina e non con Taiwan, e invitando gli altri Stati a non offrire assistenza a Tokyo e Manila.
Al momento il dossier resta in una fase di stallo operativo: le navi cinesi sono monitorate, Taipei ha alzato la soglia di reazione con le nuove regole d’ingaggio per le proprie unità, e Pechino prosegue la rotazione delle forze senza annunciare una scadenza. Non sono previsti colloqui diretti tra le parti, mentre il confronto si sposta sul piano del diritto internazionale e della legittimazione reciproca. Per l’Italia e l’Europa, il rischio è che un’eventuale crisi nello Stretto di Taiwan interrompa rotte commerciali vitali e costringa i governi europei a prendere posizione in uno scontro finora gestito con dichiarazioni di preoccupazione ma senza strumenti di deterrenza condivisi.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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La Cina ha inviato una nuova flottiglia della guardia costiera a est di Taiwan, definendola una pattuglia di routine per l'applicazione della legge. La rotazione delle forze è presentata come un'operazione normale, mentre Pechino sottolinea anche i colloqui con le Filippine per stabilizzare le tensioni nel Mar Cinese Meridionale.
La Cina ha ampliato le pattuglie della guardia costiera al largo della costa orientale di Taiwan, suscitando la reazione di Taipei che minaccia di espellere con forza le navi cinesi. La notizia sottolinea l'allarme nei paesi occidentali e la determinazione di Taiwan a difendere le sue acque.
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