
Corea del Sud, l’umiliazione mondiale: Hong Myung-bo si dimette, il presidente Lee attacca
La Corea del Sud esce dal Mondiale 2026 dopo due sconfitte per 1-0 e il ct paga per tutti: il presidente Lee Jae-myung invoca un’inchiesta e riforme.
L’eliminazione della Corea del Sud dalla fase a gironi del Mondiale 2026 ha scatenato un terremoto politico-sportivo a Seul, culminato domenica con le dimissioni immediate del commissario tecnico Hong Myung-bo. Dopo la vittoria per 2-1 contro la Repubblica Ceca che illuse i tifosi, i Taeguk Warriors hanno perso 1-0 contro il Messico e poi, nella partita decisiva, contro il Sudafrica, con una scelta tecnica che ha fatto esplodere le polemiche: il ct aveva lasciato in panchina il capitano Son Heung-min, stella di caratura mondiale, salvo inserirlo solo nella ripresa. L’attesa per il ripescaggio tra le migliori terze è stata vana: la vittoria del Congo sull’Uzbekistan ha spento ogni speranza.
La reazione del presidente Lee Jae-myung è stata durissima, inusuale per un capo di Stato. Su X ha parlato di ‘sconcerto totale’, accusando apertamente i vertici pallonari di aver privilegiato fedeltà e fazioni alla competenza, con un esito ‘inevitabile’. Ha annunciato un’indagine del Ministero dello Sport, citando l’enorme quantità di denaro pubblico investita. Non meno virulenta la risposta dei media: l’emittente pubblica KBS ha oscurato il volto di Hong Myung-bo durante un servizio, un trattamento riservato di solito a criminali, mentre una petizione per le sue dimissioni ha raggiunto in poche ore le firme necessarie.
Hong Myung-bo, 57 anni, lascia la panchina coreana per la seconda volta con un fallimento: già nel 2014, in Brasile, la Corea era uscita al primo turno. Il tecnico si è assunto ogni responsabilità, dichiarando di aver sempre operato nell'interesse del calcio coreano, ma il contratto che sarebbe scaduto nel 2027 è durato meno di un biennio. La sua figura, comunque, resta quella di una leggenda: unico asiatico ad aver giocato quattro Mondiali, bronzo nel 2002 da capitano, quando la Corea arrivò in semifinale da co-organizzatrice. Ma la gestione autoritaria e le scelte tattiche – come l'esclusione iniziale di Son – hanno alimentato una contestazione crescente, culminata nei fischi durante le amichevoli in patria.
L'eliminazione della Corea del Sud è il terzo addio tecnico di questo Mondiale, dopo le dimissioni dello scozzese Steve Clarke e l'esonero del tunisino Sabri Lamouchi, ma è il primo a innescare una crisi istituzionale di tale portata. Per il calcio asiatico, che ha visto il Giappone avanzare e l'Australia fermarsi, resta un segnale di fragilità: la Corea del Sud, undicesima partecipazione consecutiva, non è riuscita a sfruttare un girone sulla carta agevole. Adesso si attende la riforma promessa dal presidente Lee, mentre il capitano Son Heung-min, 34 anni a luglio, parla di addio alla nazionale. Un Mondiale senza Corea ai sedicesimi è un vuoto che, per i cultori del gioco, ricorda l'esclusione dell'Italia nel 2018, e dimostra quanto il calcio asiatico resti un gigante dai piedi d'argilla.
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Il presidente sudcoreano chiede conto del fallimento, il tecnico si dimette sotto il peso della responsabilità.
Si personalizza la crisi nella figura del presidente che ordina un'inchiesta, trasformando un evento sportivo in una questione di stato.
Non si menziona il contesto delle prestazioni della squadra o le critiche precedenti.
L'eliminazione precoce della Corea del Sud porta alle dimissioni del tecnico; il presidente avvia un'indagine per valutare le responsabilità.
Si adotta un registro fattuale, citando statistiche e precedenti, per normalizzare l'evento come parte del ciclo sportivo.
Si omette la dimensione emotiva e la pressione politica interna.
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