
Cent'anni di Mel Brooks: la risata che sfida il potere e la morte
Il regista americano, maestro della parodia e della satira, ha spento le cento candeline ricordando al mondo che ridere è l'unico segreto per restare vivi e ribelli.
La sera dell’anniversario, in una Bologna vestita a festa per il Cinema Ritrovato, quattromila persone hanno intonato «Tanti auguri» in piazza Maggiore, prima che sullo schermo gigante apparisse Frankenstein Junior. Pochi istanti dopo, un video-saluto da Santa Monica ha portato la voce roca e viva di Mel Brooks, centenario esatto, capace ancora di irrompere con la stessa esattezza comica di sempre. Non era l’omaggio a un museo, ma la benedizione di un uomo che non ha mai smesso di lavorare: sceneggiatore e produttore esecutivo del prossimo Balle spaziali, doppiatore, presenza fissa su un social network dove alterna battute e frammenti di memoria.
Melvin Kaminsky, nato in una famiglia ebrea di Brooklyn, aveva due anni quando perse il padre e trascorse l’infanzia tra ristrettezze e risate di strada. Dalla guerra in Europa, dove servì come geniere, portò a casa la convinzione che il ridicolo è l’unica risposta sensata all’orrore. Lo dimostrò presto: prima nei locali del Borscht Belt, poi come autore per Sid Caesar e Carl Reiner, con il quale diede vita allo sketch dell’Uomo di Duemila Anni, vertigine improvvisata che ridefiniva i confini della comicità televisiva. «Mi piaceva attirare l’attenzione», avrebbe detto, e quell’attenzione la ottenne trasformandola in un’arte dello sberleffo che non risparmiava niente: il western, l’horror, la fantascienza, il nazismo. «Se io mi taglio un dito è una tragedia, se tu cadi in un tombino e muori è una commedia», amava ripetere, condensando una poetica dello straniamento che gli permise di capovolgere i generi cinematografici.
Secondo i produttori messicani che oggi ne studiano l’eredità, Brooks ha insegnato che qualsiasi tema, per quanto sensibile, può diventare oggetto di parodia e di riflessione. E in Germania, quando il musical The Producers arrivò nel 2009, fu preceduto da un avvertimento sonoro registrato dallo stesso Brooks: la satira colpiva i nazisti, non le vittime della Shoah. Per lui la risata è sempre stata uno strumento di smantellamento del potere, non una fuga. «Sono nato per far ridere», ha confessato di recente alla stampa americana, «e cerco di farlo ogni giorno della mia vita». Un principio che gli ha fruttato l’ammissione all’esclusivo club degli EGOT – Emmy, Grammy, Oscar e Tony – e la decisione di donare migliaia di documenti al National Comedy Center di Jamestown, perché il suo archivio continui a provocare risate.
La geografia della sua influenza è vasta e curiosa: mentre negli Stati Uniti registi come Judd Apatow gli dedicavano documentari, in Italia il Cinema Ritrovato trasformava il suo compleanno in un rito collettivo, e in America Latina le nuove generazioni di autori ne citavano lo spirito iconoclasta. Eppure Brooks, che dice di aver smesso di pensare alla morte dopo i sessant’anni, non si è mai preso troppo sul serio. Lo dimostra quella mano sinistra con sei dita impressa nel cemento del Chinese Theatre di Hollywood, l’ultimo tocco di un illusionista che, a cento anni, ci ricorda che la comicità è la più seria delle discipline umane.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Mel Brooks è inquadrato come un artista gogoliano la cui comicità assurda scava nella condizione umana. I continui riferimenti alle 'Anime morte' di Gogol rivelano un massimalista sentimentale nel profondo. L'analisi scopre una seria eredità letteraria dietro le parodie.
Mel Brooks è celebrato per aver usato la commedia come arma contro la tirannia, in particolare trasformando Hitler in uno zimbello. La sua convinzione che la satira possa infrangere il potere di un dittatore è presentata come una forma di resistenza resiliente. L'articolo ritrae la sua carriera secolare come lezione sulla forza politica dell'umorismo.
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