
Il biopic negato, la pista da ballo: Madonna e l’arte di sopravvivere a Hollywood
Dopo anni di scrittura e un braccio di ferro con Universal sul budget, il film sulla sua vita è naufragato. Poi è arrivata Netflix, e infine il ritorno alla musica.
«Non crediamo che resteresti in Serbia più di quattro giorni». La frase, riferita da Madonna in una recente intervista, arrivò dai dirigenti della Universal Pictures mentre la cantante proponeva di girare il suo biopic a Belgrado per contenere i costi. Lei rispose: «Avete letto la sceneggiatura?». Non era una vacanza, era la storia di una vita passata a lottare per sopravvivere, dal Michigan dei primi anni Ottanta fino all’album Ray of Light. Eppure, proprio su quel punto il progetto si è incrinato, fino a spezzarsi.
Il film, provvisoriamente intitolato Who’s That Girl, avrebbe dovuto essere scritto e diretto da Madonna stessa, con Julia Garner – la rivelazione di Ozark – scelta per interpretarla dopo un’audizione estenuante. Per due anni la popstar aveva lavorato al copione con sceneggiatori come Diablo Cody e Erin Cressida Wilson, e per altri due aveva discusso budget e casting con i produttori esecutivi dello studio. Ma la vita che voleva raccontare – «una vita straordinaria, una vita immensa» – esigeva, a suo dire, risorse altrettanto grandi. Universal, secondo la sua ricostruzione, «non riusciva a capacitarsi» di quella cifra. La frattura si è consumata attorno a un disaccordo che per Madonna ha il sapore di una mancanza di fiducia: «Forse semplicemente non credevano in me».
La vicenda si inserisce in un momento in cui i biopic musicali sono tra i formati più contesi dell’industria hollywoodiana, capaci di attrarre tanto il pubblico americano quanto quello europeo e asiatico. Il film su Michael Jackson, Michael, è atteso come uno dei maggiori incassi del genere. Eppure, il racconto che Madonna voleva portare sullo schermo – l’ascesa di un’icona che ha ridisegnato il rapporto tra corpo femminile, desiderio e potere – si è scontrato con la logica dei numeri. Quando l’accordo con Universal è saltato, la cantante si è descritta «in un limbo». A quel punto è intervenuta Netflix, proponendole di trasformare il film in una serie. Ma il passaggio dalla celluloide allo streaming ha aperto un nuovo labirinto: il copione scritto per Universal non poteva essere riutilizzato senza riacquistarlo a un prezzo che Madonna ha definito «da estorsione», benché fosse opera sua.
Per quasi un anno ha incontrato sceneggiatori e showrunner senza trovare la figura giusta. «Meno male che ho un altro lavoro», ha commentato, «perché ho bisogno di creare, di fare ciò per cui sono nata». È così che il fallimento del biopic è diventato la scintilla di Confessions on a Dance Floor: Part II, il nuovo album in uscita il 3 luglio, pensato come un ritorno alla musica dance che nel 2005 aveva segnato un’epoca. Il video di Bring Your Love, girato con Sabrina Carpenter e il collettivo Torso, le mostra su una pista da ballo, sotto una luce che richiama le discoteche di un tempo, mentre una lunga passerella conduce lo sguardo verso il centro della scena.
In quella immagine – due donne che si prendono lo spazio senza chiedere permesso, circondate da ballerini, con Julia Garner che appare in un cameo dal sapore metatestuale – si condensa forse la risposta più eloquente alla domanda che Hollywood le ha posto. Non un film sulla sopravvivenza, ma un corpo che danza, ancora una volta, come se la pista fosse l’unico luogo in cui la storia può davvero accadere.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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La superstar del pop ha trasformato un momento di tensione familiare in un'opportunità creativa. Sua figlia Lourdes le ha proposto di scrivere insieme una canzone per sanare il loro rapporto, dando vita a un progetto artistico intimo e collaborativo. L'album che ne è nato segna una nuova fase, più personale e riconciliata, nella carriera della cantante.
Il progetto del biopic autobiografico è naufragato dopo uno scontro con lo studio sui vincoli di budget. La cantante ha raccontato di essere rimasta in un limbo creativo, con il film ormai accantonato nonostante anni di sviluppo. La vicenda getta ombre sulla capacità dell'artista di controllare la propria narrativa cinematografica.
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