
Lo yen precipita ai minimi da quarant'anni: la morsa del dollaro e le incognite per l’economia globale
La moneta giapponese tocca 162,40 sul biglietto verde, trascinata dal divario dei tassi e dalla corsa dei prezzi energetici, mentre Tokyo valuta un nuovo intervento.
Martedì 30 giugno lo yen ha sfondato quota 162 sul dollaro, toccando il livello più basso dal dicembre 1986. Il superamento della soglia di 161,95 – il minimo del luglio 2024 che aveva già innescato un intervento record da 11,7 trilioni di yen – ha riacceso l’allarme nei mercati valutari globali. La seduta di Tokyo ha visto la divisa nipponica scivolare fino a 162,40, per poi assestarsi in area 162,20, mentre il Nikkei 225 guadagnava lo 0,85% proprio sulla scia del cambio favorevole agli esportatori.
La dinamica che spinge lo yen verso il basso è radicata in un differenziale dei tassi d’interesse che resta ampio nonostante la Banca del Giappone abbia portato il costo del denaro all’1% il 16 giugno, il livello più alto dal 1995. Negli ambienti finanziari di Tokyo si osserva che i tassi reali, corretti per l’inflazione, rimangono negativi, mentre dall’altra parte del Pacifico la Federal Reserve viene data vicina a uno o due rialzi entro fine anno, sostenuta da dati su occupazione, consumi e fiducia delle imprese che dipingono un’economia ancora resiliente. Questo scenario alimenta il cosiddetto carry trade: gli investitori prendono a prestito yen a basso costo per acquistare asset denominati in dollari, drenando capitali dal Giappone. A pesare sono anche fattori strutturali: la bolletta energetica, gonfiata dal petrolio caro in un contesto di tensioni in Medio Oriente, costringe il paese a convertire quantità crescenti di yen in valuta americana, mentre i conti fiscalmente agevolati Nisa spingono i risparmiatori giapponesi verso investimenti all’estero.
Sul fronte politico, il governo della premier Sanae Takaichi si trova stretto tra la necessità di contenere l’inflazione importata – che erode il potere d’acquisto delle famiglie e ha già contribuito alla caduta dei precedenti esecutivi – e la volontà di non frenare la ripresa con un rialzo dei tassi troppo aggressivo. La ministra delle Finanze Satsuki Katayama ha evocato “misure decisive” dopo un colloquio con il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, ma secondo gli analisti valutari di Singapore un intervento unilaterale rischia di essere inefficace contro un dollaro forte sostenuto da fondamentali. Dal canto loro, gli osservatori europei notano come la debolezza dello yen si inserisca in un quadro di rafforzamento generalizzato del biglietto verde, che ha spinto l’euro vicino ai minimi da un anno, a 1,1403 dollari, e appesantito anche sterlina e dollari australiano e neozelandese.
L’attenzione si sposta ora sul rapporto sull’occupazione americana di giugno, in calendario giovedì. Un dato superiore alle attese consoliderebbe le scommesse su un nuovo rialzo dei tassi Fed, aumentando la pressione sullo yen e rendendo più probabile un intervento di Tokyo, che però – avvertono da più parti – potrebbe al massimo rallentare, non invertire, la tendenza di fondo.
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Il crollo dello yen ai minimi da quattro decenni ha scosso il Giappone, mettendo i mercati in allerta per un possibile intervento governativo. L'impennata del dollaro è alimentata dalle aspettative che la Federal Reserve mantenga i tassi elevati, mentre il modesto inasprimento della Banca del Giappone non è riuscito a invertire la tendenza. Gli operatori si preparano a una difesa storica della valuta che potrebbe non invertire il trend.
Lo yen è sceso al minimo dal 1986, nonostante la Banca del Giappone abbia alzato i tassi all'1% e Tokyo abbia speso una cifra record in interventi valutari. L'inefficacia di queste misure sottolinea le opzioni limitate a disposizione delle autorità giapponesi mentre il dollaro si rafforza sui mercati globali. La situazione evidenzia le difficoltà di difendere una valuta contro forze macroeconomiche più ampie.
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