
La Russia, gigante petrolifero, costretta a importare carburante dopo i raid ucraini
Il Cremlino ammette la carenza e avvia trattative con l’estero, mentre le code alle stazioni di servizio si estendono dalla Crimea a Mosca e alla Siberia.
La Russia, terzo produttore mondiale di petrolio, sta affrontando una crisi di carburante senza precedenti a causa dei ripetuti attacchi dei droni ucraini contro raffinerie e depositi. Il presidente Vladimir Putin ha riconosciuto pubblicamente una «certa carenza», e il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha confermato che Mosca sta negoziando con altri Paesi per importare benzina e diesel a prezzi accettabili. È un ribaltamento storico per un Paese spesso definito «il benzinaio del mondo».
Secondo fonti di Kiev, la campagna di attacchi aerei – che avrebbe colpito otto delle dieci maggiori raffinerie russe – mira a interrompere il flusso di idrocarburi che finanzia lo sforzo bellico del Cremlino. Le autorità russe, pur ammettendo i problemi, attribuiscono la scarsità anche a un’impennata della domanda tra il 20 e il 30 per cento, alimentata dal panico. Peskov ha definito l’eventuale importazione «un passo verso la stabilizzazione del mercato» per ridurre gli acquisti speculativi. Parallelamente, l’Unione Europea ha appena erogato 3,9 miliardi di euro a Kiev per l’acquisto di droni, segnalando il sostegno occidentale a questa strategia di logoramento.
La crisi, esplosa a maggio in Crimea – dove le autorità hanno dichiarato lo stato d’emergenza e sospeso la vendita di carburante ai privati – si è rapidamente estesa a decine di regioni, da Mosca alla Siberia fino a Vladivostok. Si segnalano code di ore, razionamenti in base alla targa e prezzi triplicati. Osservatori nella capitale russa notano che la guerra sta entrando nella vita quotidiana dei cittadini, erodendo la narrazione ufficiale di un conflitto lontano. Il malcontento, unito a episodi di reclutamento forzato denunciati da organizzazioni per i diritti umani, potrebbe accrescere la pressione interna, anche se i regimi autoritari hanno mostrato in passato una notevole capacità di assorbire gli shock.
Sul fronte diplomatico, i negoziati con la mediazione statunitense restano in stallo; Putin ha subordinato nuovi incontri a un accordo tra Washington e Teheran sul Medio Oriente. Nel frattempo, il governo russo sta attingendo alle riserve strategiche e valuta un divieto di esportazione del diesel. La partita resta aperta: le trattative per le importazioni di carburante sono in corso, mentre l’Ucraina continua i raid e l’Europa rafforza il sostegno militare. Il Cremlino si trova a gestire simultaneamente la logistica dell’emergenza e la percezione pubblica, in un equilibrio sempre più precario.
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La Russia riproietta la crisi come temporanea e gestibile, attribuendo le difficoltà a forze esterne.
Si enfatizza la resilienza russa e si minimizza la gravità, utilizzando un tono di solidarietà strategica che normalizza la crisi come parte del conflitto.
L'Europa interpreta la penuria russa come prova del fallimento bellico e dell'efficacia delle sanzioni.
Si inquadra la crisi come una conseguenza logica delle azioni russe, utilizzando fatti e analisi per consolidare la narrativa della vulnerabilità di Mosca.
L'America Latina osserva con distacco l'evolversi della crisi energetica russa, focalizzandosi sulle ripercussioni globali.
Si adotta un registro neutrale e analitico, evitando giudizi morali e privilegiando l'impatto economico.
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