
La Corte Suprema USA vieta alle atlete transgender gli sport femminili
Con una decisione a maggioranza conservatrice, i giudici stabiliscono che gli Stati possono limitare la partecipazione in base al sesso biologico, scatenando reazioni opposte.
La Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito, con una decisione che divide i giudici lungo linee ideologiche, che gli Stati federati possono vietare alle atlete transgender di competere nelle squadre sportive femminili scolastiche e universitarie. La sentenza, relativa ai casi della Virginia Occidentale e dell’Idaho, dichiara che le leggi statali che impongono la partecipazione in base al sesso assegnato alla nascita non violano il Titolo IX, la legge federale che proibisce la discriminazione sessuale nell’istruzione, né la clausola di eguale protezione del XIV Emendamento. L’effetto immediato è il consolidamento di divieti analoghi già in vigore in oltre venticinque Stati a guida repubblicana, mentre l’amministrazione Trump ha accolto la pronuncia come una “grande vittoria” che, nelle parole del presidente, “mette fine a una situazione assurda”.
Secondo la maggioranza conservatrice, espressa dal giudice Brett Kavanaugh, il termine “sesso” nel Titolo IX del 1972 si riferisce esclusivamente al sesso biologico, e gli Stati hanno un interesse sostanziale a garantire equità competitiva e sicurezza nelle competizioni femminili, date le differenze fisiche intrinseche tra i sessi. La minoranza progressista, in un’opinione dissenziente redatta dalla giudice Sonia Sotomayor, ha contestato che la decisione “si basa su supposizioni anziché su fatti”, applicando una visione riduttiva del principio di eguale protezione. Per i gruppi conservatori e per l’amministrazione federale, che già nel 2025 aveva firmato un ordine esecutivo per “tenere gli uomini fuori dagli sport femminili”, la sentenza rappresenta un punto fermo nella battaglia culturale sull’identità di genere. Al contrario, le organizzazioni per i diritti civili e gli avvocati delle atlete ricorrenti – due giovani che avevano intrapreso terapie ormonali e desideravano competere con le compagne di scuola – denunciano una discriminazione che isola una minoranza già vulnerabile.
La pronuncia si inserisce in un quadro di progressiva restrizione dei diritti delle persone transgender negli Stati Uniti. Nel 2025, la stessa Corte aveva già permesso al Tennessee di vietare le cure di affermazione di genere per i minori, e successivamente aveva avallato le politiche dell’amministrazione Trump che escludono le persone transgender dal servizio militare e dalla possibilità di indicare la propria identità di genere sui passaporti. Sul fronte sportivo, la decisione assume rilievo anche oltre i confini nazionali: il Comitato Olimpico Internazionale, in vista dei Giochi di Los Angeles del 2028, ha annunciato a marzo che le donne transgender non potranno competere nelle categorie femminili, citando un consenso scientifico sul vantaggio prestazionale conferito dal sesso maschile. Per gli osservatori europei, questa convergenza tra la giurisprudenza statunitense e le scelte del CIO segnala un riallineamento delle politiche sportive globali su posizioni più restrittive, con possibili ripercussioni sui regolamenti delle federazioni nazionali, inclusa quella italiana.
La Corte ha tuttavia lasciato aperta la possibilità che singoli Stati adottino politiche differenti, non dichiarando incostituzionale l’inclusione delle atlete transgender. La sentenza, infatti, afferma che gli Stati “possono” mantenere squadre separate, non che debbano farlo. Resta quindi uno spazio di manovra per quegli Stati, come la California, che hanno scelto di proteggere la partecipazione delle atlete transgender. Il dibattito, lungi dall’essere chiuso, si sposta ora sul terreno politico e scientifico: mentre i sostenitori dei divieti invocano la tutela dell’equità sportiva, i critici chiedono studi più approfonditi sugli effetti delle terapie ormonali e una valutazione caso per caso. La decisione della Corte Suprema, con il suo netto scarto ideologico, conferma la centralità del tema nelle cosiddette guerre culturali americane, destinate a riverberarsi anche nelle prossime scadenze elettorali.
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