
L’onda d’urto dei chip colpisce le Borse: Apple alza i prezzi, l’AI vacilla
Il rincaro di MacBook e iPad innesca una rotazione globale dai tecnologici, mentre Seul sospende le contrattazioni e il Brasile scommette su nuovi tagli della Selic.
L’aumento dei prezzi deciso da Apple su computer e tablet, giustificato dall’impennata del costo delle memorie, ha innescato venerdì una nuova ondata di vendite sui titoli legati all’intelligenza artificiale, facendo scivolare il Nasdaq di oltre il 6% rispetto al record di inizio giugno. La notizia, sommata al rincaro delle Xbox annunciato da Microsoft e a un rapporto del New York Times su un possibile rinvio dell’IPO di OpenAI al 2027, ha cristallizzato un timore che serpeggiava da settimane: la corsa all’AI sta generando costi infrastrutturali colossali senza un ritorno immediato, e il conto inizia a presentarsi ai consumatori.
Il meccanismo è duplice. Da un lato, la domanda esplosiva di capacità di calcolo ha creato una strozzatura nell’offerta di semiconduttori di memoria, facendo lievitare i prezzi dei chip e avvantaggiando produttori come Micron, le cui azioni erano salite del 15% dopo risultati trimestrali eccezionali. Dall’altro, le aziende che quei chip li utilizzano – le cosiddette hyperscaler e i colossi del software – si trovano a dover scaricare i maggiori costi sui listini, con il rischio di frenare la domanda finale. È un’industria a forma di K, osservano da Wall Street, in cui i fornitori di componenti volano mentre chi sviluppa modelli e servizi arretra. Microsoft e Meta hanno perso un quinto del loro valore dai massimi, e il settore dei semiconduttori è arrivato a rappresentare quasi un quinto della capitalizzazione dell’S&P 500, amplificando ogni scossa.
L’impatto è stato immediato e asimmetrico. In Asia, il Kospi di Seul è precipitato del 5,8% – toccando in giornata un meno 9% che ha fatto scattare il circuit breaker – trascinato da Samsung Electronics e SK Hynix. A Tokyo il Nikkei ha ceduto il 4,2% con SoftBank in caduta libera. In Europa, il tecnologico ha perso oltre l’1,5%, mentre a New York l’indice dei semiconduttori ha chiuso la settimana con un tonfo del 7,9%, il peggiore da aprile. Eppure, due terzi dei titoli dell’S&P 500 sono saliti: i comparti difensivi, dalla sanità ai beni di consumo, hanno beneficiato di una rotazione favorita anche dal calo del petrolio, sceso sotto i 73 dollari al barile grazie alla riapertura dei terminali sauditi nello Stretto di Hormuz.
In Brasile la dinamica è stata opposta. Il crollo delle quotazioni del greggio e un IPCA-15 inferiore alle attese hanno rafforzato le scommesse su un nuovo taglio della Selic già ad agosto, affossando i rendimenti dei contratti futuri. Il DI per gennaio 2029 è sceso di oltre dieci punti base, mentre il real si è apprezzato contro un dollaro indebolito dal raffreddamento delle aspettative di rialzo della Fed. La prossima settimana, con l’avvio della stagione delle trimestrali americane, gli investitori misureranno se la tenuta degli utili potrà fare da catalizzatore positivo, oppure se la correzione dei tecnologici è destinata a estendersi al resto del listino.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.30 | critical |
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| Stampa latinoamericana | −0.50 | critical |
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