L’oro verso la peggiore settimana in sei: il petrolio infiamma i timori sui tassi
Il balzo del greggio alimentato dallo scontro USA-Iran spinge le attese di un rialzo dei tassi Fed a dicembre, affossando il metallo prezioso e trascinando al ribasso anche argento, platino e palladio.
L’oro si avvia a chiudere la settimana con un calo superiore al 3%, il più marcato dall’inizio di giugno, scivolando sotto la soglia dei 4.000 dollari l’oncia. Il movimento non nasce da un raffreddamento della domanda di beni rifugio, ma dall’impennata del petrolio, che ha riacceso le aspettative di inflazione e, di conseguenza, le scommesse su un nuovo giro di vite della politica monetaria americana.
Il greggio ha guadagnato circa il 12% in pochi giorni, spinto dall’intensificarsi degli attacchi incrociati tra Stati Uniti e Iran e dalle notizie, circolate tra gli operatori mediorientali, di una richiesta di Teheran agli alleati yemeniti di tenersi pronti a bloccare la rotta del Mar Rosso. Il restringimento dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz ha fatto il resto, riportando in primo piano lo spettro di un’inflazione più persistente. In questo quadro, i dati americani sui prezzi al consumo e alla produzione di giugno, pur inferiori alle attese, sono stati messi in secondo piano: per gli analisti del Golfo, il caro-petrolio ha reso impossibile per i trader festeggiare i numeri più miti.
La prospettiva di tassi alti più a lungo colpisce direttamente l’oro, che non offre rendimento e perde attrattiva quando i rendimenti obbligazionari salgono. A dare corpo a questa narrativa sono intervenuti diversi banchieri centrali americani: il presidente della Fed di Dallas, Lorie Logan, è stato il primo tra i nuovi colleghi del chairman Kevin Warsh a chiedere apertamente un rialzo, mentre il vicepresidente Philip Jefferson ha segnalato la propria disponibilità a votare per un aumento in assenza di miglioramenti dell’inflazione nel breve termine. Secondo lo strumento FedWatch del CME, i mercati scontano ora una probabilità del 73% di un rialzo a dicembre.
Il contagio si è esteso agli altri metalli preziosi: argento, platino e palladio hanno tutti registrato perdite settimanali, con l’argento sceso sotto i 56 dollari e il platino scambiato intorno a 1.600 dollari. Per l’Europa e l’Italia, il combinato di petrolio caro e dollaro forte rischia di tradursi in un doppio canale di pressione inflazionistica, proprio mentre la Banca Centrale Europea cerca di valutare i margini per un allentamento. Il prossimo appuntamento da monitorare saranno le minute della Fed e i dati sull’attività industriale americana, che potranno confermare o ridimensionare le attese di una stretta a fine anno.
| Stampa iraniana e affini | 0.00 | neutral |
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| Stampa del Golfo arabo | 0.00 | neutral |
| Stampa indiana e sudasiatica | 0.00 | neutral |
| Stampa atlantica / anglosfera | 0.00 | neutral |
L'Iran vede il calo dell'oro come conseguenza diretta delle tensioni bilaterali con gli USA, che spingono i prezzi del petrolio e i timori di inflazione.
L'Iran presenta la catena causale dalle tensioni al petrolio all'oro come una reazione oggettiva del mercato, evitando qualsiasi attribuzione di colpa e normalizzando così l'impatto economico del conflitto.
L'Iran omette la menzione specifica dello Stretto di Hormuz come luogo degli attacchi, che metterebbe in luce il punto strategico per il petrolio e rafforzerebbe la narrazione della interruzione dell'offerta.
I paesi del Golfo inquadrano il calo dell'oro come risultato delle ostilità reciproche tra USA e Iran, enfatizzando la natura reciproca dell'escalation.
Il Golfo usa il termine 'colpi reciproci' per distribuire equamente la responsabilità, evitando una narrazione unilaterale e mantenendo una prospettiva regionale equilibrata.
Il Golfo omette la localizzazione specifica dello Stretto di Hormuz, che sottolineerebbe l'importanza strategica della via d'acqua per le forniture globali di petrolio.
L'Asia meridionale caratterizza la situazione come una 'guerra iraniana' che alimenta l'inflazione, collegando direttamente il conflitto al calo dell'oro.
Etichettando il conflitto come 'guerra', l'Asia meridionale crea un senso di urgenza e gravità, rendendo più convincente la narrazione di inflazione e rialzo dei tassi.
L'Asia meridionale omette la localizzazione specifica dello Stretto di Hormuz e la natura reciproca degli attacchi, presentando una narrazione più unilaterale di 'guerra iraniana'.
Il mondo atlantico collega gli attacchi di Hormuz direttamente alle scommesse di rialzo dei tassi Fed, inquadrando le ostilità mediorientali come un input macroeconomico.
Concentrandosi sulla funzione di reazione della Fed, l'Atlantico astrae il conflitto in una variabile nei calcoli di politica monetaria, depoliticizzando l'evento.
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