
L’Onu accusa Israele: bambini nel mirino a Gaza e insediamenti record in Cisgiordania
Due rapporti paralleli denunciano uccisioni deliberate di minori e un’espansione delle colonie che, per il Segretario generale, minaccia la stessa soluzione a due Stati.
Un rapporto della Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati descrive come «senza precedenti» la morte di oltre 20.000 bambini palestinesi a Gaza tra l’ottobre 2023 e il marzo 2026, e conclude che esistono «fondati motivi per ritenere» che in diversi casi i minori siano stati presi di mira deliberatamente da cecchini e droni israeliani. Il documento, respinto dal governo di Israele, raccoglie testimonianze di medici stranieri che parlano di una «pratica di tiro al bersaglio» su diverse parti del corpo, e cita episodi come l’uccisione della piccola Hind Rajab mentre tentava di evacuare. La Commissione, istituita dal Consiglio dei diritti umani nel 2021 con un mandato ampio e permanente, ha inviato richieste di informazioni anche allo Stato di Palestina e al Ministero della Sanità di Gaza, che hanno collaborato; Israele non ha risposto.
Parallelamente, il Segretario generale António Guterres ha condannato con durezza, in un rapporto trimestrale, «l’espansione incessante e l’accelerazione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania», compresa la crescita degli avamposti selvaggi. Secondo il Palazzo di Vetro, l’aumento della violenza dei coloni – spesso in presenza o con il sostegno delle forze di sicurezza israeliane – e le restrizioni all’accesso alla terra hanno provocato la più grave crisi di sfollamento in Cisgiordania dal 1967. Guterres ha messo in guardia in particolare sul progetto E1, che dividerebbe in due il territorio palestinese, definendolo «una minaccia esistenziale per la soluzione a due Stati». La posizione è stata rilanciata al Consiglio di Sicurezza dal vicecoordinatore speciale per il processo di pace, Ramez Alakbarov, che ha ribadito come tutti gli insediamenti siano «privi di validità giuridica e costituiscano una flagrante violazione del diritto internazionale».
Sul fronte della Cisgiordania, un rapporto dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem denuncia che dall’ottobre 2023 sono stati uccisi 235 minori palestinesi, 54 solo nel 2025, in un contesto di «quasi totale assenza di responsabilità». La direttrice esecutiva Yuli Novak parla di una politica che concede ai soldati «una licenza di uccidere». L’esercito israeliano replica di non prendere mai di mira deliberatamente i civili e sostiene che il 96% delle vittime in Cisgiordania sarebbe coinvolto in attività terroristiche, ma B’Tselem contesta queste cifre e afferma di non aver trovato prove di minaccia nei casi analizzati. Le capitali europee, con una dichiarazione congiunta di cinque membri del Consiglio di Sicurezza – Francia, Regno Unito, Grecia, Lettonia e Danimarca – hanno condannato «con forza» la prosecuzione dell’attività insediativa e chiesto a Israele di garantire l’accountability per le violenze dei coloni e di indagare sulle accuse contro le proprie forze.
Dal punto di vista giuridico, il rapporto della Commissione ONU non ha potere processuale, ma arricchisce un dossier probatorio che, secondo analisti vicini alla Corte penale internazionale, potrebbe pesare in eventuali procedimenti per crimini di guerra e contro l’umanità. La stessa Commissione qualifica il sistematico prendere di mira i bambini come un possibile crimine contro l’umanità. Sul piano diplomatico, il Consiglio di Sicurezza ha discusso la situazione in una seduta dedicata, mentre l’Unione Europea – tradizionale finanziatore dell’Autorità palestinese – segue con apprensione il deterioramento della sicurezza e il collasso dei servizi essenziali. L’Italia, che siede come membro non permanente del Consiglio fino alla fine del 2025, partecipa al negoziato su eventuali risoluzioni, in un quadro in cui la prospettiva dei due Stati appare, secondo le Nazioni Unite, sempre più a rischio.
| Stampa del Golfo arabo | −0.60 | critical |
|---|---|---|
| Stampa arabo levante-Maghreb | −0.40 | critical |
La Palestina denuncia il piano di insediamento come crimine di guerra, chiedendo l'intervento della comunità internazionale.
Si utilizza il linguaggio del diritto internazionale per trasformare una controversia politica in una violazione giuridica, rendendo la condanna morale inevitabile.
Non si menzionano le ragioni di sicurezza israeliane né il contesto degli attacchi palestinesi che potrebbero giustificare le misure.
L'Iran risponde con attacchi informatici all'aggressione israeliana, dimostrando che la guerra si allarga.
Si presenta l'escalation come una reazione simmetrica e inevitabile, legittimando le azioni iraniane come contromisure.
Non si discute la proporzionalità degli attacchi né le vittime civili israeliane degli attacchi informatici.
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