
L’Iran fuori dal Mondiale, il segretario americano esulta: «Ho ballato di gioia»
Markwayne Mullin celebra l’eliminazione della nazionale iraniana, che ha sfiorato gli ottavi dopo un torneo segnato da restrizioni e tensioni diplomatiche.
L’ultimo respiro del Mondiale iraniano si è spento con un gol austriaco segnato nei minuti finali contro l’Algeria, che ha condannato la squadra di Amir Ghalenoei a restare la nona migliore terza, a un soffio dalla qualificazione. Poche ore dopo, da Washington, il segretario alla Sicurezza interna Markwayne Mullin ha scelto un registro ben lontano dalla compostezza diplomatica: «Ero così felice quando abbiamo potuto revocare i loro visti e dire loro di lasciare il suolo americano che forse ho cantato una o due canzoni, o addirittura ho fatto una danza di gioia». L’Iran aveva chiuso il Gruppo G con tre pareggi – contro Belgio, Egitto e Nuova Zelanda – senza mai perdere, ma anche senza mai vincere, un percorso di equilibrio che non è bastato in un formato a trentadue squadre dove solo le otto migliori terze avanzano.
La partecipazione iraniana si è consumata in un clima di eccezionalità logistica e politica. A febbraio, Stati Uniti e Israele avevano lanciato attacchi aerei contro l’Iran, e da quel momento la presenza della delegazione sul territorio americano è stata sottoposta a vincoli stringenti. Il ritiro previsto a Tucson, in Arizona, è stato spostato a Tijuana, in Messico, e la squadra ha potuto entrare negli Stati Uniti soltanto ventiquattr’ore prima di ogni partita, con l’obbligo di lasciare il Paese subito dopo il fischio finale. Fonti vicine all’organizzazione del torneo confermano che a diversi membri dello staff federale, tra cui il presidente Mahdi Taj e il team manager Mohammad Mehdi Nabi, non è mai stato concesso il visto, mentre il capitano Mehdi Taremi e altri giocatori hanno subito ripetuti controlli documentali.
Mullin ha giustificato la linea dura sostenendo che «quasi la metà» delle persone che l’Iran intendeva portare negli Stati Uniti aveva legami diretti con il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, un’accusa che la federazione iraniana ha respinto come «completamente priva di qualsiasi fondamento». Da Teheran, la reazione è stata affidata a una nota del dipartimento media della nazionale, che ha denunciato «un livello di meschinità e ristrettezza mentale che non tollera nemmeno la presenza di una squadra di calcio sul più grande palcoscenico sportivo del mondo». Il comunicato ha inoltre evocato il bombardamento della scuola Shojae Tayyebeh a Minab, che il 28 febbraio 2026 costò la vita a 168 bambini, episodio su cui il New York Times ha riferito di indagini militari che indicherebbero una responsabilità americana.
Sul campo, l’Iran ha provato a trasformare l’ostilità in energia. Dopo lo 0-0 con il Belgio a Inglewood, i giocatori hanno lasciato nello spogliatoio un biglietto: «Dall’antica Persia di migliaia di anni fa all’Iran civile di oggi, lo spirito dell’Iran resta vivo e saldo. Siamo venuti a Los Angeles con orgoglio, abbiamo gareggiato con onore e ce ne andiamo con dignità». Un gesto ripetuto a Seattle, dove il pareggio con l’Egitto ha spento le residue speranze: «Forse i punti si possono ottenere in molti modi, forse una squadra può superare un girone, ma solo con correttezza e onore si può restare a testa alta davanti alla storia». Il tecnico Ghalenoei, dal canto suo, ha parlato di un trattamento «molto ingiusto» e ha esortato la Fifa a non permettere che in futuro un Paese ospitante possa riservare a una squadra lo stesso comportamento.
L’epilogo iraniano riapre il dibattito sul rapporto tra sport e politica in un’edizione dei Mondiali che, per la prima volta, si è svolta in un Paese in conflitto aperto con una delle partecipanti. Secondo analisti europei, la vicenda rischia di creare un precedente delicato per le future assegnazioni, mentre da Bruxelles si osserva con preoccupazione l’effetto domino su altre federazioni che potrebbero trovarsi in situazioni analoghe. Per l’Italia, assente dal torneo, resta il monito di un calcio che fatica a restare impermeabile alle tensioni globali. L’Iran, intanto, è atteso ad Antalya per un volo di ritorno verso Teheran, con la consapevolezza di aver resistito più fuori che dentro il rettangolo verde.
| Stampa iraniana e affini | −0.90 | critical |
|---|---|---|
| Stampa indiana e sudasiatica | +0.20 | neutral |
| Stampa latinoamericana | 0.00 | neutral |
L'Iran subisce l'ennesima umiliazione da parte degli Stati Uniti, che celebrano la sconfitta sportiva come una vittoria politica.
Il racconto trasforma un gesto personale in un atto di stato, personalizzando l'ostilità americana nella figura del segretario e generalizzandola a tutto il paese.
Un funzionario americano reagisce con un ballo alla sconfitta calcistica dell'Iran, un momento curioso ma senza significato politico.
La cronaca isola l'evento dal contesto geopolitico, presentandolo come una semplice reazione umana, riducendo la tensione a un aneddoto.
Un funzionario americano balla per la sconfitta dell'Iran ai Mondiali: una scena curiosa che mescola sport e politica in modo leggero.
La narrazione adotta un tono ironico e distaccato, sottolineando l'assurdità della situazione senza prendere posizione, lasciando al lettore la libertà di interpretare.
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