
L’Iran colpisce basi USA in Giordania, Kuwait e Bahrain: escalation senza tregua
Teheran rivendica danni a velivoli da trasporto e pattugliamento statunitensi, mentre si aggrava la crisi seguita alla rottura della tregua di giugno.
Nella notte tra domenica e lunedì, l’Iran ha lanciato una serie di attacchi con missili balistici e droni contro installazioni militari statunitensi in Giordania, Kuwait e Bahrain, colpendo anche un gruppo di opposizione curdo-iraniano in Iraq. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha rivendicato la distruzione di venti hangar nella base aerea di Al-Azraq e il danneggiamento di aerei da trasporto C-17 e da pattugliamento P-8 all’aeroporto di Aqaba, in Giordania. Le autorità del Kuwait e del Bahrein hanno confermato l’attivazione dei sistemi di difesa aerea e l’intercettazione di droni, mentre esplosioni sono state udite in diverse aree. Il gruppo curdo Komala, colpito a Erbil, ha attribuito a Teheran la responsabilità dell’attacco, denunciando oltre novanta incursioni contro le proprie strutture dall’inizio delle ostilità.
Secondo fonti della difesa kuwaitiana, i sistemi Patriot hanno ingaggiato i velivoli senza pilota, ma non sono stati diffusi dettagli sui danni. Gli Stati Uniti, attraverso il Comando Centrale, non hanno confermato le rivendicazioni iraniane, limitandosi a comunicare la conclusione della nona notte consecutiva di operazioni contro obiettivi iraniani. L’IRGC ha inquadrato le operazioni come un dovere religioso contro «forze terroristiche americane», ringraziando pubblicamente cittadini giordani per la collaborazione nell’individuazione degli obiettivi. Fonti militari iraniane hanno inoltre riferito dell’abbattimento di un drone MQ-9 statunitense nello spazio aereo occidentale del Paese.
L’escalation si inserisce in un conflitto aperto dal febbraio scorso, quando Stati Uniti e Israele hanno avviato una campagna militare contro l’Iran. Dopo settimane di bombardamenti reciproci, il 18 giugno era stato firmato per via elettronica un memorandum d’intesa per il cessate il fuoco, ma l’accordo appare ormai compromesso. Secondo analisti mediorientali, la ripresa degli attacchi iraniani sarebbe una risposta alle incursioni aeree statunitensi che, in violazione dell’intesa, avrebbero colpito infrastrutture civili e ripristinato il blocco navale dei porti iraniani. Teheran accusa Washington di aver deliberatamente preso di mira impianti di desalinizzazione e petroliere nello Stretto di Hormuz, aggravando la pressione sulle rotte energetiche globali.
La nuova fase del conflitto accresce i rischi per la sicurezza energetica europea. A Bruxelles, fonti diplomatiche temono un impatto sui prezzi del gas e del petrolio, con possibili ripercussioni per l’Italia, fortemente dipendente dalle importazioni dal Golfo. L’instabilità regionale potrebbe inoltre complicare gli sforzi di mediazione europei e rallentare i negoziati sul nucleare iraniano, già in fase di stallo. Al momento, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non ha ancora calendarizzato una riunione d’urgenza, ma si prevede che la questione venga sollevata nei prossimi giorni. La diplomazia europea, con il sostegno dell’Italia, sta valutando un’iniziativa per ripristinare il cessate il fuoco, mentre gli Stati Uniti potrebbero rispondere con ulteriori raid. La situazione resta fluida, con il rischio concreto di un allargamento del conflitto ad altri attori regionali.
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