
La Corte penale internazionale rimuove il procuratore Karim Khan
Ottantadue Stati votano la cessazione del mandato per «grave mancanza», mentre le indagini su Gaza e Ucraina gettano ombre politiche sull’istituzione.
L’Assemblea degli Stati parte della Corte penale internazionale, riunita in sessione straordinaria a New York, ha votato a scrutinio segreto la rimozione del procuratore generale Karim Khan. Ottantadue Stati su centoventicinque hanno approvato la cessazione del mandato del giurista britannico, con tredici voti contrari e quindici astensioni – ben oltre la soglia di sessantatré richiesta. La decisione, formalizzata per «grave mancanza ai doveri d’ufficio» e «colpa grave», segue di due mesi la sospensione cautelare decisa dall’Ufficio di presidenza dell’Assemblea e rappresenta un atto senza precedenti nella storia della Corte.
Al centro della vicenda vi è una denuncia per aggressione sessuale presentata da un’avvocata malaysiana nota come Sarah, membro dello staff della Procura. In un’intervista alla Cnn la donna ha descritto una «escalation di tentativi» culminata in un episodio avvenuto a Bogotà, durante una missione ufficiale, nel quale Khan le avrebbe fatto visita in camera d’albergo toccandola senza consenso. Secondo la ricostruzione della vittima, lo squilibrio di potere rendeva impossibile ogni forma di consenso: «Lui non era solo il mio capo, ma il capo di tutti», ha dichiarato. Khan ha sempre rigettato le accuse e, tramite i suoi legali, ha annunciato che impugnerà la delibera «con tutti i mezzi giuridici disponibili», sostenendo la violazione del diritto alla difesa.
La destituzione si consuma sullo sfondo di una tensione geopolitica che ha coinvolto direttamente l’ufficio del procuratore. Khan aveva infatti chiesto mandati d’arresto contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant per i bombardamenti su Gaza, e aveva incriminato il presidente russo Vladimir Putin per crimini di guerra in Ucraina. Washington, che non aderisce alla Cpi, aveva reagito imponendo sanzioni economiche e restrizioni di visto allo stesso Khan e ad altri magistrati. Dopo il voto, il portavoce del Dipartimento di Stato Tommy Pigott ha parlato di una «Corte irrimediabilmente corrotta» e ha accolto con favore la rimozione, mentre il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha celebrato un passo «atteso da tempo». Sul versante opposto, organizzazioni come Human Rights Watch hanno messo in guardia contro ogni strumentalizzazione del caso, invitando i governi a «proteggere l’indipendenza della Corte» e a garantirne la continuità operativa in tutti i dossier.
L’uscita di scena di Khan impone ora la nomina di un procuratore facente funzione e, in prospettiva, l’avvio di un processo di successione accelerato. Secondo osservatori latinoamericani, il cambio al vertice potrebbe produrre ripercussioni sulle indagini in corso relative a presunti crimini contro l’umanità in Venezuela e sul conflitto colombiano, mentre a Bruxelles il timore è che la crisi interna offra argomenti ai detrattori della giustizia internazionale, proprio nel momento in cui l’Unione europea moltiplica gli appelli a difesa del diritto umanitario. L’Italia, Stato parte e finanziatore della Cpi, segue con attenzione l’evolversi della situazione: il ministero degli Esteri ha ribadito la fiducia nell’istituzione, ma ha sottolineato la necessità di procedure ineccepibili. Nel frattempo, l’ufficio della Procura prosegue il suo lavoro sotto la guida dei due vice procuratori, in attesa che l’Assemblea convochi una nuova sessione per l’elezione del sostituto.
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