
L’Europa sfiora il suo massimo demografico, poi il lento ritorno agli anni Settanta
Nel 2029 la popolazione dell’Unione toccherà 453,3 milioni per avviarsi a un declino che la riporterà, entro fine secolo, sotto i 400 milioni, mentre l’Italia registra l’età media più alta del continente.
Quando Dubravka Šuica ha preso la parola a Bruxelles per presentare il terzo rapporto sulla trasformazione demografica dell’Unione, non ha avuto bisogno di alzare la voce. I numeri che scorrevano sugli schermi parlavano da soli: 450,6 milioni di cittadini europei oggi, un ultimo, impercettibile aumento fino a 453,3 milioni nel 2029, e poi un lento, inesorabile ripiegamento. «Viviamo più a lungo e in salute che mai – ha detto la commissaria – ma il cambiamento demografico sta ridisegnando le nostre società, le nostre economie, i nostri mercati del lavoro». Era il preludio a un ritratto dell’Europa che invecchia, dove la piramide delle età si rovescia e il continente si prepara a perdere, in settant’anni, quasi il 12 per cento dei suoi abitanti, tornando ai livelli della seconda metà degli anni Settanta.
Dietro la freddezza delle proiezioni si nasconde un mutamento antropologico che tocca ogni angolo della vita quotidiana. L’aspettativa di vita alla nascita ha raggiunto nel 2024 gli 81,5 anni, e secondo i ricercatori del Centro comune di ricerca della Commissione europea entro il 2100 supererà i 90 anni per le donne e gli 86 per gli uomini. Un bambino nato nell’Unione nel 2023 può sperare di vivere senza malattie gravi fino a 75,3 anni. Ma la longevità ha un rovescio: nel 2050 quasi un europeo su tre avrà almeno 65 anni, contro uno su cinque oggi. L’Italia, in questo scenario, incarna la punta più avanzata del fenomeno. I dati Eurostat collocano l’età mediana del Paese a 49,1 anni – la più alta dell’Unione, lontanissima dai 39,6 anni dell’Irlanda – mentre il tasso di fertilità, poco sopra 1,1 figli per donna, resta tra gli ultimi in Europa, insieme a Lettonia, Estonia, Spagna, Polonia, Lituania e Malta.
Eppure, nel discorso di Bruxelles, la parola «declino» non è mai stata pronunciata senza un immediato correttivo. Il rapporto insiste sulle opportunità della cosiddetta silver economy, l’economia dei capelli bianchi: un mercato in espansione di beni, servizi e innovazioni pensati per una popolazione anziana, dalla sanità alla tecnologia fino ai servizi finanziari. Allo stesso tempo, la commissaria ha indicato una via più concreta per attutire l’impatto della contrazione della forza lavoro. Se l’Unione riuscisse a portare il tasso di occupazione femminile ai livelli della Svezia – ha osservato – si compenserebbe «quasi del tutto» l’uscita dei lavoratori più anziani. Oggi, ha ricordato, ci sono 37,3 milioni di donne disoccupate o inattive nell’Ue, mentre il divario di genere nell’occupazione resta fermo a dieci punti percentuali e otto milioni di giovani non studiano, non lavorano e non sono in formazione.
Il quadro che emerge dal rapporto non affida alla sola immigrazione la soluzione del rompicapo demografico. Gli analisti di Bruxelles riconoscono che i flussi migratori giocano un ruolo crescente e possono compensare parzialmente gli effetti dell’invecchiamento, ma non sono in grado di modificare in modo significativo la traiettoria di fondo. La popolazione dell’Unione, secondo le stime, scenderà a circa 445 milioni nel 2050 e a 398,8 milioni nel 2100. È un’Europa che si rimpicciolisce e si fa più canuta, dove il silenzio dei reparti maternità è compensato dal brusio delle residenze per anziani. E dove, forse, il vero lusso sarà il tempo: un tempo lungo, sano, da riempire di significato.
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Il mercato si sta stabilizzando; i recruiter vedono un punto di svolta.
Focus selettivo sui dati positivi del lavoro per oscurare il declino demografico a lungo termine.
Il blocco omette le proiezioni di declino a lungo termine e le sfide dell'invecchiamento, concentrandosi solo sui miglioramenti a breve termine delle assunzioni.
L'UE riconosce il picco demografico e propone soluzioni per affrontare il declino.
Enfasi sulla necessità di politiche attive per normalizzare la crisi demografica come sfida gestibile.
Il blocco omette qualsiasi interpretazione economica positiva o alternativa che minimizzi il declino.
Il futuro demografico dell'UE è una questione di proiezione statistica, non di allarme.
Adozione di una prospettiva distaccata e basata sui dati per evitare una cornice emotiva.
Il blocco omette le risposte politiche e l'urgenza della situazione, presentando solo numeri grezzi.
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