
Il veleno in diretta: le parole di Pedro Sola, la rivolta animalista e un Paese che riscrive le sue leggi
Dalla battuta su un boccone avvelenato in tv alla proposta di carcere per chi istiga al maltrattamento, il Messico si interroga sul potere dei media e sulla frontiera mobile tra umorismo e violenza.
Nello studio di «Ventaneando» la risata arrivò prima della consapevolezza. Era il 6 luglio quando Pedro Sola, settantanove anni, volto storico dell’intrattenimento messicano, si lasciò andare a una confessione al vetriolo: «Non tollero i cani nei negozi, nei supermercati, nei ristoranti. Cosa sono, impazziti? Mi viene voglia di lanciare un pezzo di carne avvelenata». La collega Mónica Castañeda provò a fermarlo, ma lui rincarò: «E a quelli che li portano in tre in un passeggino, vien voglia di sparargli… ai padroni». In quel momento, tra l’imbarazzo e qualche risata di circostanza, nessuno immaginava che quelle frasi avrebbero innescato una reazione a catena capace di travolgere sponsor, istituzioni e l’intero ecosistema mediatico.
Il video, diventato virale nel giro di poche ore, ha trasformato Sola nel bersaglio di una polemica che ha rapidamente superato i confini del gossip. Quattro marchi – Panditas, Trident, Halls e Clorets – hanno ritirato la propria pubblicità dal programma con un comunicato congiunto in cui si dissociavano da «qualsiasi forma di violenza, maltrattamento o crudeltà verso gli animali». La reazione del pubblico, amplificata dai social, ha assunto i toni di una vera e propria sollevazione digitale: meme, appelli al boicottaggio e una pioggia di messaggi ironici, tra cui spicca il video di Eugenio Derbez che, con un gioco di parole, sentenzia che il conduttore resterà «Sola». Persino marchi come Hellmann’s e Lala hanno partecipato alla presa in giro collettiva, trasformando il cognome del presentatore in un tormentone.
La vicenda ha però acceso un dibattito ben più profondo, che affonda le radici nella relazione complessa tra il Messico e i suoi animali. Secondo le associazioni animaliste latinoamericane, il Paese vive una stagione di crescente sensibilità verso i diritti degli esseri senzienti, ma anche di forti contraddizioni: si stima che sette animali domestici su dieci abbiano subìto maltrattamenti. In questo contesto, le parole di un uomo con un’enorme capacità di influenza sono state lette non come una semplice provocazione, bensì come un potenziale incentivo alla violenza. Una preoccupazione che ha trovato eco immediata nelle aule del Congresso di Città del Messico, dove la deputata Elizabeth Mateos ha presentato un’iniziativa per punire con pene da uno a quattro anni di carcere chi diffonda messaggi che promuovano o giustifichino la crudeltà contro gli animali, anche attraverso le piattaforme digitali. La proposta, che prevede aggravanti per personaggi pubblici e per chi tragga beneficio economico da tali contenuti, non potrà colpire Sola – la Costituzione messicana vieta la retroattività della legge penale – ma ha già ridefinito i termini del confronto.
Mentre la televisione Azteca annunciava un programma interno di sensibilizzazione sul benessere animale e Pati Chapoy leggeva in video un comunicato di dissociazione, la protesta si è materializzata davanti agli studi dell’emittente. Giovedì 16 luglio, attivisti accompagnati da cani e persino da una capra hanno consegnato un pliego petitorio chiedendo la cancellazione del programma. Una portavoce, Zyanya Polastri, ha dichiarato ai cronisti di aver registrato un aumento dei casi di avvelenamento di animali proprio a seguito delle dichiarazioni di Sola, un’accusa che, al di là della sua verificabilità immediata, testimonia la percezione diffusa di un nesso pericoloso tra parola pubblica e azione individuale. A poche migliaia di chilometri di distanza, in Colombia, un tribunale condannava intanto un uomo a venti mesi di reclusione per aver picchiato brutalmente il proprio cane: un segnale, osservano i giuristi della regione, di come l’America Latina stia progressivamente alzando la soglia di tolleranza verso il maltrattamento animale.
Resta, come un’eco sospesa, l’immagine di un presentatore che, dopo una vita passata a commentare le vite altrui, si è ritrovato a recitare in diretta il comunicato della propria azienda, mentre fuori dagli studi una capra e decine di manifestanti chiedevano il silenzio del suo microfono. Un dettaglio che forse racchiude il senso di un’intera vicenda: la distanza, ormai incolmabile, tra la risata in studio e la strada che ascolta.
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