
L’aviaria avanza in Australia e Nepal, mentre in Patagonia emerge un nuovo hantavirus
Il quinto caso di H5N1 in uccelli migratori australiani e l’abbattimento di 600.000 capi a Kathmandu accendono l’allerta pandemica; intanto a Ushuaia si rileva per la prima volta la circolazione del virus tra i roditori.
La conferma di un quinto esemplare positivo al virus H5N1 sulla costa meridionale dell’Australia occidentale – un petrello gigante trovato a Roses Beach, vicino a Esperance – allarga la mappa del rischio senza però modificare il quadro di contenimento. Le autorità veterinarie federali hanno escluso che il ceppo abbia raggiunto lo Stato di Victoria, dopo che le analisi su un altro petrello rinvenuto morente a Johanna Beach sono risultate negative. Restano quattro i focolai accertati in uccelli migratori tra Western Australia e South Australia, mentre quasi cento test su animali selvatici hanno dato esito negativo dal 14 giugno. La priorità, ha dichiarato la capo veterinaria Beth Cookson, è impedire il salto di specie verso le popolazioni residenti.
L’attenzione dei mercati si è già spostata sugli effetti economici. Collins Foods, il maggior gestore dei ristoranti KFC in Australia e in Europa, ha segnalato che l’influenza aviaria ha già fatto lievitare i prezzi del pollame negli stabilimenti tedeschi e olandesi, pur senza intaccare per ora le forniture australiane, protette da protocolli di biosicurezza rafforzati. La società ha rassicurato gli azionisti sull’esistenza di piani di emergenza, ma il dato europeo mostra come la pressione sui costi delle filiere avicole possa trasmettersi rapidamente dai focolai selvatici a quelli domestici. In Nepal, intanto, l’epidemia ha assunto proporzioni allarmanti: oltre sessanta allevamenti nella valle di Kathmandu sono stati colpiti, con 600.000 capi abbattuti e la chiusura dello zoo della capitale. I veterinari locali attribuiscono ai corvi il ruolo di vettore tra un focolaio e l’altro, mentre gli esperti sanitari temono che l’alta densità umana della valle aumenti il rischio di un adattamento del virus ai mammiferi.
Sul fronte della sorveglianza ambientale, il rilevamento di hantavirus in roditori catturati nei dintorni di Ushuaia – il primo mai registrato nella provincia di Terra del Fuoco – introduce una variabile nuova per la Patagonia. L’Istituto Malbrán ha chiarito che la variante virale, pur imparentata con il virus Andes, non corrisponde geneticamente a quella responsabile del focolaio sulla nave da crociera MV Hondius, che ad aprile aveva causato tredici contagi e tre decessi. Il fatto che cinque dei 144 esemplari di topo dal collo lungo (Oligoryzomys longicaudatus) siano risultati sieropositivi impone ora un’intensificazione della vigilanza epidemiologica in una regione finora considerata indenne.
Lungo le rotte migratorie australiane, un censimento condotto a Cape Naturaliste ha registrato un calo del 60% negli avvistamenti di megattere rispetto agli anni precedenti, un’anomalia che i ricercatori del Geographe Marine Research faticano a spiegare con la sola variabilità alimentare. L’ipotesi di un possibile contagio da H5N1, già responsabile di morie di massa tra gli elefanti marini dell’isola Heard, viene avanzata con cautela ma con la richiesta di analisi sistematiche sulle carcasse spiaggiate. Il fenomeno si inserisce in un quadro di comportamenti anomali osservati anche in una balena franca australe disorientata nella baia di Dawesville, mentre la comparsa eccezionale di un coccodrillo marino a oltre 600 chilometri dalla costa, nel Queensland interno, ricorda come gli equilibri faunistici siano sempre più sollecitati da eventi climatici estremi.
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