
L’ASEAN lancia l’allarme sullo Stretto di Hormuz: «Preoccupazione grave» per il conflitto USA-Iran
I ministri degli Esteri riuniti a Manila temono ripercussioni su energia, commercio e catene agricole, mentre si aggravano le crisi in Myanmar e nel Mar Cinese Meridionale.
I ministri degli Esteri dell’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN), riuniti a Manila, hanno espresso in una dichiarazione congiunta «seria preoccupazione» per la ripresa delle ostilità aperte tra Stati Uniti e Iran e per il conseguente blocco di fatto dello Stretto di Hormuz. Secondo il comunicato diffuso al termine della sessione a porte chiuse, i capi della diplomazia del blocco a undici membri temono che l’escalation «comprometta gravemente gli sforzi dei mediatori e riduca le prospettive di una soluzione pacifica». La portavoce della presidenza filippina dell’ASEAN, Dominic Xavier Imperial, ha confermato che la crisi mediorientale avrebbe occupato un posto di rilievo nei colloqui. Per il Sud-est asiatico, che importa circa il 60% del proprio fabbisogno energetico attraverso Hormuz e ha un prodotto interno lordo complessivo di 3.800 miliardi di dollari, l’interruzione della rotta marittima ha già provocato, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, carenze di derivati del petrolio utilizzati per fertilizzanti, materie plastiche e gas liquefatto per uso domestico, con un’impennata dei prezzi dei carburanti in tutta la regione.
Sullo sfondo della crisi energetica, i ministri hanno tenuto una consultazione informale sul conflitto in Myanmar, a cinque anni dal colpo di Stato militare che ha fatto precipitare il Paese in una guerra civile con circa 100.000 morti. L’iniziativa di pace dell’ASEAN stenta a produrre risultati: per l’incontro di Manila, la giunta di Naypyidaw è stata rappresentata da un viceministro degli Esteri, figura non politica, in linea con la decisione di escludere i rappresentanti politici birmani dai vertici del blocco. La presidenza filippina ha dichiarato che l’ASEAN «auspica che il Myanmar possa tornare a partecipare con ministri e leader che rappresentino il Paese», ma al momento non sono stati compiuti passi avanti concreti.
Parallelamente, le tensioni nel Mar Cinese Meridionale hanno segnato la vigilia del vertice. Manila ha accusato la Guardia costiera cinese di aver colpito con un manganello un militare filippino nei pressi del Second Thomas Shoal; Pechino ha respinto la ricostruzione come «falsa». Il Dipartimento di Stato americano ha condannato quelle che ha definito «azioni pericolose e aggressive» della Cina, mentre il segretario di Stato Marco Rubio, in un editoriale pubblicato sui quotidiani filippini, ha messo in guardia dal rischio che le acque della regione cadano «sotto il controllo di una potenza disposta a usare il commercio come arma geopolitica». Rubio ha ribadito la validità della sentenza arbitrale del 2016 che ha invalidato le rivendicazioni di sovranità cinesi, sentenza che Pechino non riconosce. L’Australia ha annunciato un ulteriore pacchetto di droni per la Guardia costiera filippina, del valore di 6,7 milioni di dollari, per potenziare la sorveglianza marittima.
Per l’Europa e per l’Italia, il nodo di Hormuz rappresenta un fattore di instabilità dei mercati energetici globali, con ripercussioni dirette sui costi di importazione di petrolio e gas liquefatto. La dichiarazione dell’ASEAN ha inoltre richiamato l’attenzione sulla tenuta delle catene di approvvigionamento agricolo e di fertilizzanti, un tema che tocca la sicurezza alimentare anche del continente europeo. I lavori di Manila proseguiranno nei prossimi giorni con l’arrivo di Rubio e del ministro degli Esteri cinese Wang Yi, la cui possibile interlocuzione bilaterale a margine del vertice è attesa come un banco di prova per la gestione delle crisi regionali e per il negoziato, fermo da quasi dieci anni, su un codice di condotta nel Mar Cinese Meridionale.
| Stampa latinoamericana | −0.60 | critical |
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| Stampa atlantica / anglosfera | 0.00 | neutral |
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| Stampa indiana e sudasiatica | −0.40 | critical |
L'America Latina avverte che la chiusura di Ormuz colpirà le economie emergenti e chiede una de-escalation immediata.
Enfatizzando le conseguenze economiche concrete e la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento, il discorso trasforma un conflitto lontano in una minaccia immediata per il benessere regionale.
Non menziona le divisioni interne dell'ASEAN sul Myanmar, che altri blocchi evidenziano come tema dominante.
L'ASEAN esprime seria preoccupazione per il conflitto, ma l'attenzione rimane sulle procedure diplomatiche e sulla dichiarazione congiunta.
Utilizzando un tono distaccato e citando fonti ufficiali, il resoconto normalizza la crisi come un punto all'ordine del giorno tra molti.
Non approfondisce le implicazioni economiche specifiche per la regione, a differenza dei blocchi latinoamericano e indiano.
I paesi del Sud-est asiatico sottolineano la doppia minaccia del conflitto USA-Iran e della crisi in Myanmar, chiedendo coesione regionale.
Presentando il Myanmar come questione interna prioritaria, il discorso bilancia le preoccupazioni esterne con la necessità di unità regionale.
Non menziona le tensioni marittime con la Cina, che il blocco indiano evidenzia.
L'India osserva con preoccupazione l'escalation, sottolineando le ripercussioni sulla sicurezza energetica e la stabilità dell'Oceano Indiano.
Inquadrando il conflitto nel contesto delle tensioni marittime con la Cina, il discorso allarga la minaccia a una sfida strategica regionale.
Non menziona la questione del Myanmar, che è centrale per il blocco sud-est asiatico.
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