
Dazi americani contro il lavoro forzato: colpiti fiori colombiani e manufatti, Brasile in contromossa all’OMC
Gli Stati Uniti impongono tariffe aggiuntive del 10-12,5% a decine di paesi per inadempienze nei controlli sul lavoro forzato, con ripercussioni immediate su comparti simbolo come la floricultura colombiana.
L’amministrazione di Donald Trump ha formalizzato l’imposizione di nuovi dazi sulle importazioni da una sessantina di paesi, con aliquote del 10% per l’India e del 12,5% per la maggioranza degli altri, tra cui Colombia, Uruguay e Brasile. La base giuridica è un’indagine condotta ai sensi della Sezione 301 del Trade Act, che contesta l’inefficacia dei sistemi nazionali nel prevenire l’importazione di beni realizzati con lavoro forzato. La misura colpisce in modo selettivo: in Colombia resta fuori il caffè, ma viene gravato il 30% dell’export verso gli USA, in particolare i fiori (che coprono il 60% del mercato statunitense), il vetro, l’alluminio, i tessili e la cosmetica, per un costo aggiuntivo stimato in 125 milioni di dollari. Per l’Uruguay, il 77,5% delle vendite resta esente (carne bovina, cellulosa, agrumi), mentre vengono tassati sego, prodotti chimici, miele e soia. L’India, a cui è stato riservato il dazio più basso, vede esclusi farmaci generici e smartphone, ma resta coinvolto il 55% del proprio export.
Il nuovo scossone ha innescato reazioni divergenti. A Bogotà si è aperto uno scontro tra il governo uscente di Gustavo Petro e la squadra del neoeletto Abelardo de la Espriella. Mentre il presidente in carica nega ogni responsabilità e accusa Washington di violare il trattato di libero scambio, il vicepresidente eletto José Manuel Restrepo addebita la crisi all’inerzia dell’esecutivo, che già dal marzo 2026 avrebbe ignorato gli avvertimenti americani. L’amministrazione entrante annuncia per martedì i primi colloqui con funzionari statunitensi. Dal canto suo, il ministro degli Esteri colombiano Rosa Villavicencio lega le scelte tariffarie a un deficit fiscale aggravato dalle spese militari per il conflitto con l’Iran, mentre Montevideo stempera: il presidente Yamandú Orsi ammette che la decisione “era attesa” e ricorda che i beni più importanti non sono toccati.
Decisamente più muscolare la reazione di Brasilia. Il Brasile, già colpito da una sovrattassa del 25% per presunte pratiche commerciali sleali, vede ora cumularsi un ulteriore 12,5%, portando l’onere complessivo al 37,5% su prodotti come macchinari, legname, calzature e grassi. Il governo Lula ha già annunciato l’intenzione di attivare un nuovo contenzioso presso l’Organizzazione mondiale del commercio, ritenendo inutilizzabile il procedimento avviato nell’agosto 2025 contro i dazi precedenti, poiché basato su presupposti differenti. La diplomazia brasiliana accusa apertamente l’Ufficio del rappresentante per il commercio di “manipolare il tema del lavoro forzato” per mascherare una politica protezionistica.
Sullo sfondo, il negoziato indiano-americano per un accordo commerciale bilaterale lascia intravedere una via d’uscita selettiva, con la possibile esenzione per i prodotti tessili realizzati con cotone statunitense. Per l’Europa, che pure figurava tra i soggetti indagati, non sono state rese note misure specifiche, ma il precedente allarma gli osservatori di Bruxelles: il ricorso a strumenti unilaterali fondati su clausole sociali rischia di erodere la prevedibilità del sistema multilaterale e di colpire anche i comparti manifatturieri italiani, qualora il modello venisse esteso. La prossima verifica concreta sarà l’esito dei panel WTO richiesti da Brasilia e la capacità della nuova amministrazione colombiana di ottenere un azzeramento delle tariffe prima che i danni ai produttori di fiori diventino strutturali.
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