
Il debito USA spaventa i mercati: America Latina tra stimoli e fragilità
Con il debito federale americano vicino ai 40 trilioni, Brasile e Argentina adottano politiche divergenti per proteggere la crescita, mentre la Colombia si prepara a un'eredità pesante.
Negli Stati Uniti, il debito federale tocca quota 40 trilioni di dollari, un livello che secondo gli osservatori di New York sta erodendo la fiducia nel dollaro come bene rifugio. Negli ultimi cinquant'anni l'espansione del debito sovrano e privato ha sostenuto consumi e investimenti, ma oggi il meccanismo mostra crepe: i rendimenti in aumento e il costo degli interessi rischiano di innescare una collisione tra politica fiscale e monetaria. Da Bruxelles si segue con apprensione: un eventuale riprezzamento del rischio sovrano americano si trasmetterebbe ai titoli di Stato europei e ai flussi di capitale verso i mercati emergenti.
In Brasile, l'economia segnala un rallentamento dopo il vigoroso primo trimestre, con gli analisti di San Paolo che prevedono per il PIL del secondo trimestre un'espansione tra lo 0,4 e lo 0,7%. Per contrastare la frenata, il governo Lula ha mobilitato oltre 180 miliardi di reais in stimoli, tra linee di credito agevolato e sgravi fiscali, l'ultimo dei quali da 18,5 miliardi per le imprese colpite dai dazi statunitensi. La banca centrale, pur avendo avviato un ciclo di tagli dei tassi a marzo, mantiene la Selic al 14,25%, una politica restrittiva che frena gli investimenti. L'esecutivo punta a contenere la decelerazione in vista delle elezioni di ottobre, ma gli esperti ritengono che l'effetto sarà solo parziale.
Sull'altra sponda del continente, in Argentina, il dibattito sulla congiuntura si infiamma. Il viceministro dell'Economia José Luis Daza, in un lungo intervento, ha evidenziato come l'indice tendenza-ciclo dell'attività economica mostri 26 mesi consecutivi di crescita e un massimo storico nel 2025, segnalando una rottura con la stagnazione del quindicennio precedente. Secondo la Casa Rosada, la volatilità dei dati mensili dipende dal rapido cambiamento strutturale innescato dal programma di stabilizzazione del presidente Milei. Di segno opposto l'analisi dell'economista Miguel Kiguel: il processo di espansione è «molto lento», appesantito dall'aggiustamento fiscale e dalla concorrenza delle importazioni, e difficilmente la crescita potrà superare ritmi modesti anche nel 2027.
In Colombia, intanto, il neoeletto presidente Abelardo de la Espriella dovrà gestire un'eredità fiscale complessa. Il governo uscente ha presentato un bilancio che prevede un incremento della spesa per interessi del 40% in termini reali, mentre il debito netto dovrebbe raggiungere il 61% del PIL. Le associazioni imprenditoriali denunciano un'espansione della spesa corrente insostenibile e una riforma tributaria che rischia di aggravare la pressione sulle imprese. Da Bogotà si avverte: il 29 luglio, quando il nuovo esecutivo presenterà al Congresso un bilancio da 601 mila miliardi di pesos, con una quota record per il servizio del debito, sarà il primo banco di prova per la credibilità finanziaria del Paese.
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