
L’accordo Libano-Israele alla prova del fuoco: Hezbollah lo respinge, Israele colpisce
A due giorni dalla firma di un’intesa quadro mediata da Washington, la distruzione di un tunnel di Hezbollah e i raid israeliani nel sud del Libano rivelano la fragilità del processo diplomatico e le fratture interne libanesi.
La distruzione, domenica 28 giugno, di un tunnel sotterraneo di Hezbollah lungo oltre duecento metri nel villaggio di Majdal Zoun, accompagnata da una serie di raid aerei e di artiglieria israeliani nel Libano meridionale, ha messo immediatamente sotto stress l’accordo quadro firmato due giorni prima a Washington da Israele e Libano sotto egida statunitense. Secondo una dichiarazione congiunta del primo ministro Benjamin Netanyahu e del ministro della Difesa Israel Katz, l’infrastruttura conteneva centinaia di armi e postazioni di lancio, e la sua eliminazione – notificata in anticipo agli Stati Uniti – rientra nella strategia israeliana di permanenza nella fascia di sicurezza a ridosso del confine, finché Hezbollah non sarà disarmato.
La reazione del Partito di Dio e dei suoi alleati è stata di rigetto totale. Hezbollah ha denunciato una «flagrante violazione» del cessate il fuoco e ha rivendicato il diritto di «difendere la patria e il suo popolo». Il presidente del Parlamento libanese, Nabih Berri, capo del movimento sciita Amal e alleato di Hezbollah, ha definito l’intesa «un dettato» peggiore dell’accordo del 17 maggio 1983, poi abortito, e ha avvertito che essa rischia di «incitare divisioni interne e trascinare i libanesi in uno scontro tra loro». Nell’ottica di Hezbollah e di Berri, l’unica via per ottenere il ritiro israeliano passa attraverso i negoziati in corso tra Iran e Stati Uniti, dai quali il dossier libanese non può essere separato.
Di segno opposto la posizione del governo di Beirut, guidato dal presidente maronita Joseph Aoun e dal primo ministro sunnita Nawaf Salam, che ha rivendicato la firma dell’accordo come passo verso il recupero della sovranità statale nel sud del Paese. L’intesa prevede che le Forze armate libanesi assumano progressivamente il controllo di «zone pilota» da cui le forze israeliane si ritirerebbero, a condizione che venga verificato il disarmo dei gruppi armati non statali. Washington, che ha mediato l’intesa parallelamente al memorandum d’intesa con l’Iran per porre fine al conflitto regionale, considera l’accordo un test di sovranità per lo Stato libanese e ha promesso sostegno all’esercito e aiuti umanitari.
La guerra in Libano era esplosa il 2 marzo scorso, quando Hezbollah aveva aperto il fuoco contro Israele in solidarietà con Teheran, colpita da un attacco israeliano che secondo alcune fonti avrebbe ucciso la Guida suprema iraniana. Da allora, secondo il ministero della Sanità libanese, gli attacchi israeliani hanno causato oltre quattromila morti e più di un milione di sfollati. Il fragile cessate il fuoco del 16 aprile era già fallito, e ora l’intesa quadro si trova di fronte a un paradosso: Israele subordina il proprio ritiro al disarmo di Hezbollah, mentre Hezbollah considera nullo un accordo che non ha sottoscritto e che lega la fine dell’occupazione alla sua smilitarizzazione. I prossimi passi formali – la definizione delle zone pilota e l’avvio dei meccanismi di verifica – dipenderanno dalla capacità dell’amministrazione libanese di imporre la propria autorità in un territorio dove il partito-milizia resta armato e determinato a non cedere.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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L'accordo mediato dagli Stati Uniti è un diktat, dieci volte peggiore dell'intesa del 1983, e mira a dividere il Libano. Solo i negoziati diretti tra Iran e Stati Uniti possono garantire il ritiro israeliano; separare il Libano da questo percorso prolungherà l'occupazione. Il rifiuto di Hezbollah è legittimo e l'intesa è già fallita.
L'accordo quadro affronta la sua prima grande prova: Hezbollah rifiuta di disarmare e resta radicato nel sud del Libano. La sfida è se lo Stato libanese possa imporre la propria autorità nell'area mentre il gruppo militante rimane armato e contrario. La fattibilità dell'intesa dipende dal disarmo di Hezbollah, una prospettiva che appare remota.
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