
Israele-Libano, l’accordo che lega il ritiro al disarmo di Hezbollah e sfida l’intesa USA-Iran
L’intesa mediata da Washington subordina il ritiro israeliano a una condizione giudicata irrealizzabile, mentre un’altra intesa con Teheran chiede il cessate il fuoco immediato.
Un accordo quadro tra Israele e Libano, firmato a Washington sotto forte pressione statunitense, subordina il ritiro delle truppe israeliane dal sud del Paese dei cedri al disarmo verificato di Hezbollah e degli altri gruppi armati non statali. L’intesa, la prima tra i due Stati dal 1983, arriva mentre un separato cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran impone la fine immediata delle ostilità su tutti i fronti, incluso quello libanese, e il rispetto dell’integrità territoriale. La contraddizione tra i due testi – uno che congela l’occupazione israeliana di una «zona di sicurezza» fino a condizioni che analisti mediorientali giudicano irrealizzabili, l’altro che esige il ritiro senza precondizioni – delinea una diplomazia americana che, secondo fonti mediorientali, conduce binari paralleli e potenzialmente confliggenti.
A Beirut, il governo del presidente Joseph Aoun ha accolto l’accordo come un primo passo verso il recupero della sovranità, ma il presidente del Parlamento Nabih Berri, alleato di Hezbollah, lo ha bollato come un «accordo dei diktat» destinato a non essere attuato. Il capo di Hezbollah, Naim Qassem, ha definito l’intesa «nulla e priva di valore», un’umiliazione che legittima la presenza militare israeliana e può condurre all’annessione. Sul fronte opposto, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha rivendicato un successo storico, dichiarando che le forze armate manterranno le posizioni nella fascia di sicurezza «finché Hezbollah non sarà disarmato e non rappresenterà più una minaccia». Secondo analisti della difesa israeliani, l’accordo offrirebbe a Gerusalemme una copertura politica per una presenza militare a tempo indeterminato, in un contesto in cui nessun governo libanese ha la capacità di imporre il disarmo al partito-milizia, radicato nel tessuto sociale sciita e dotato di un arsenale superiore a quello dell’esercito regolare.
La genesi dell’intesa rivela la centralità del fattore iraniano. I negoziati, durati quattro giorni e conclusi con l’intervento diretto del segretario di Stato Marco Rubio e del vicepresidente J.D. Vance, sono stati accelerati – secondo fonti diplomatiche a Washington – dalla volontà di Israele e di una parte dell’establishment libanese di arginare l’influenza di Teheran, dopo che l’intesa USA-Iran aveva previsto una cellula di deconfliction con la partecipazione libanese, mossa interpretata come una legittimazione del ruolo iraniano. L’accordo Israele-Libano esclude esplicitamente Hezbollah e l’Iran dal processo, affidando all’esercito libanese il compito di prendere il controllo del sud, con un meccanismo di verifica e un gruppo di coordinamento militare. Tuttavia, la mancanza di un calendario per il ritiro e la subordinazione di ogni passo a un programma «rigoroso e basato sulle prestazioni» rendono, secondo analisti mediorientali, l’intesa più un congelamento dello status quo che un percorso di pace.
Sul terreno, gli scontri non si sono fermati: raid israeliani e rappresaglie di Hezbollah continuano a mietere vittime, mentre il bilancio complessivo della guerra supera i 4.250 morti in Libano e oltre un milione di sfollati. A Bruxelles, l’instabilità nel Levante è seguita con apprensione per i possibili riflessi sui flussi migratori e sulla sicurezza energetica del Mediterraneo orientale. I prossimi passi prevedono l’avvio del ritiro israeliano da due «zone pilota» e lo schieramento dell’esercito libanese, ma la tenuta dell’intesa dipenderà dalla capacità di Beirut di gestire le tensioni interne e dalla volontà di Israele di accettare una verifica indipendente, mentre Hezbollah ha già annunciato che non deporrà le armi.
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L'accordo mediato dagli Stati Uniti è considerato intrinsecamente fragile, poiché subordina il ritiro israeliano al disarmo di Hezbollah, una condizione che i critici giudicano irrealizzabile. Gli analisti sottolineano la contraddizione nell'approccio di Trump, che celebra una vittoria mentre costruisce un quadro destinato a fallire. L'intesa viene dipinta come una mossa diplomatica che rischia di consolidare il conflitto anziché risolverlo.
L'accordo è visto come uno strumento strategico che offre a Israele una copertura politica per mantenere una presenza militare a tempo indeterminato nel sud del Libano. Subordinando il ritiro al disarmo di Hezbollah, che nessun governo libanese può imporre, l'intesa congela di fatto lo status quo. Gli analisti della sicurezza lo considerano una mossa pragmatica per evitare concessioni immediate e tenere sotto controllo Hezbollah.
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