
Ispezioni nucleari in Iran: l’annuncio di Witkoff e la crisi libanese che blocca i colloqui
L’inviato USA rivela un’intesa parallela con l’AIEA, ma Teheran sospende la missione negoziale dopo gli attacchi israeliani, mettendo a rischio il memorandum.
L’inviato speciale americano Steve Witkoff ha informato in una seduta riservata i leader del Congresso che l’Iran inviterà l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) a ispezionare i propri siti nucleari e ad avviare l’identificazione dei materiali arricchiti, consentendo anche la presenza di ispettori statunitensi. Secondo fonti vicine al briefing, l’impegno sarebbe contenuto in una “lettera collaterale” tra Teheran e l’agenzia, distinta dal memorandum d’intesa firmato questa settimana tra Washington e la Repubblica Islamica. Il memorandum, che apre una finestra negoziale di sessanta giorni per un accordo definitivo, prevede la diluizione in loco dell’uranio altamente arricchito sotto supervisione internazionale, senza trasferimento fuori dal paese, e stabilisce che la risoluzione finale dovrà essere avallata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
La Casa Bianca ha dichiarato che l’intesa obbliga l’Iran a un impegno scritto a “rinunciare alle proprie ambizioni nucleari”. Teheran, che non ha ancora commentato ufficialmente l’esistenza della lettera, ha ripetutamente affermato che le armi atomiche non rientrano nella propria dottrina difensiva. Negli ambienti del Congresso americano, il resoconto di Witkoff è stato interpretato come un tentativo di rassicurare gli scettici sull’assenza di accordi segreti. Sul fronte israeliano, un alto funzionario ha confermato a Reuters che sono in corso “negoziati serrati” con gli Stati Uniti per mantenere le forze di Israele nel sud del Libano, mentre fonti militari israeliane hanno diffuso una nuova mappa che mostra un’estensione della presenza ben oltre la precedente “zona cuscinetto”, fino a ridosso di Nabatiyeh, a nord del fiume Litani.
Il primo articolo del memorandum impegna Washington e i suoi alleati a un “cessate il fuoco immediato e permanente su tutti i fronti, incluso il Libano”, e a garantire l’integrità territoriale del paese. Tuttavia, nelle stesse ore in cui Witkoff illustrava l’intesa, l’esercito israeliano ha dichiarato che continuerà a colpire minacce anche al di fuori dell’area di sicurezza delimitata. Media libanesi vicini a Hezbollah hanno riferito che Teheran ha sospeso il viaggio della propria delegazione negoziale in Svizzera, denunciando una “violazione palese” di quella clausola. Il presidente Donald Trump, in un messaggio su Truth Social, ha chiesto un cessate il fuoco completo su tutti i fronti e ha criticato un attacco israeliano su Beirut, definendolo inopportuno mentre il negoziato con l’Iran era in una fase delicata.
Il quadro resta sospeso tra la cornice diplomatica e le dinamiche militari sul terreno. Il memorandum prevede che l’accordo finale sia sancito da una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza, ma la sua tenuta dipende dalla capacità di contenere le ostilità in Libano. Osservatori europei, memori del collasso del JCPOA, seguono con attenzione l’evolversi della situazione, consapevoli che un nuovo fallimento avrebbe ripercussioni dirette sulla sicurezza mediterranea e sugli equilibri energetici. Al momento non è stata fissata una nuova data per i colloqui, mentre proseguono i contatti tra Washington e Gerusalemme per allineare le rispettive posizioni.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Israele guarda con profondo sospetto all'intesa USA-Iran. L'impegno a invitare ispettori IAEA, compresi americani, è visto come una manovra tattica, non come trasparenza genuina. Parallelamente, il cessate il fuoco in Libano viene negoziato sotto pressione, con Israele che insiste per mantenere una fascia di sicurezza nel sud.
L'affermazione dell'inviato americano secondo cui l'Iran inviterà gli ispettori IAEA viene riportata come una rivendicazione non confermata. Teheran non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali su una lettera collaterale o un invito all'agenzia. La notizia è inquadrata come parte del tentativo di Washington di modellare la narrazione sui colloqui nucleari.
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