
Iran-Usa, il nodo del Libano e le nuove barriere legali nel Corno d’Africa
Teheran esige un calendario per il ritiro israeliano dal Libano, mentre Mogadiscio aderisce a trattati che potrebbero ostacolare il traffico d’armi verso gli Houthi.
Il governo iraniano ha posto come condizione inderogabile per concludere un’intesa definitiva con gli Stati Uniti l’attuazione piena del primo punto del memorandum del 18 giugno: la cessazione delle operazioni militari israeliane in Libano e il ritiro delle truppe da tutti i territori occupati. Lo ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei, precisando che Teheran chiede la fissazione di un calendario per il ritiro incondizionato. Contemporaneamente, sul versante del Corno d’Africa, la Somalia ha compiuto la più ampia riforma giuridica marittima dalla sua indipendenza, aderendo a quindici convenzioni internazionali, tra cui quella del 2005 sulla sicurezza della navigazione, che forniscono una base legale per intercettare le spedizioni di armi iraniane dirette agli Houthi yemeniti.
Secondo fonti diplomatiche iraniane, la salvaguardia della sovranità libanese e la fine dell’«occupazione sionista» sono parte integrante del negoziato con Washington. Il presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf, in un colloquio con l’omologo libanese Nabih Berri, ha ribadito che l’obiettivo è «porre fine alla guerra, restituire i rifugiati alle loro case e garantire l’uscita del regime sionista dal Libano». Berri ha definito il recente accordo di Washington tra Libano e Israele «una cospirazione e una fitna», avvertendo che il nemico cerca di aggirare gli impegni di Islamabad con mezzi alternativi. All’interno del sistema iraniano, tuttavia, non mancano le voci scettiche: un membro della commissione per la sicurezza nazionale ha evocato il timore che l’amministrazione Trump possa lacerare l’intesa come fece con l’accordo nucleare del 2015.
L’enfasi iraniana sul ritiro israeliano si scontra con la riluttanza di Tel Aviv, che non intende cedere il controllo del Libano meridionale finché Hezbollah manterrà capacità offensive. L’accordo israelo-libanese del 28 giugno, mediato dagli Stati Uniti e presentato come un trasferimento graduale di responsabilità all’esercito libanese, viene considerato dalla leadership di Hezbollah «umiliante» e foriero di conflitti interni: il deputato Hassan Fadlallah ha predetto che non sarà mai attuato. Una «unità di gestione del conflitto» tra Iran, Stati Uniti e Libano, prevista dal memorandum, dovrebbe monitorare il rispetto della clausola, ma i tempi della sua attivazione restano incerti.
Sul fronte marittimo, l’adesione somala ai trattati offre uno strumento giuridico ai navigli occidentali per fermare le imbarcazioni sospette. Analisi circolate negli ambienti della difesa israeliana indicano che la Repubblica islamica, dopo l’intensificarsi delle intercettazioni americane e britanniche sulla rotta diretta Bandar Abbas–porto di Salif, ha deviato parte del traffico lungo la costa somala, sfruttando la debolezza del governo di Mogadiscio e la presenza di attori armati come al-Shabaab. Tali spedizioni, talvolta mascherate da carichi commerciali diretti a Gibuti, alimentano non solo gli arsenali Houthi ma anche i gruppi jihadisti locali. Gli stessi analisti, tuttavia, avvertono che senza un controllo effettivo del territorio costiero — ancora in gran parte in mano a milizie tribali e signori della guerra — i nuovi poteri legali rischiano di restare lettera morta. Per l’Italia e l’Europa, la posta in gioco è duplice: la sicurezza delle rotte verso Suez e il contenimento di una rete di traffico che alimenta instabilità regionale.
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I funzionari iraniani insistono che un ritiro completo di Israele dal Libano entro una tempistica definita è la precondizione essenziale per finalizzare l'accordo con gli Stati Uniti. Presentano il cessate il fuoco in Libano come un test per l'intesa più ampia tra Iran e USA, sottolineando che le violazioni israeliane devono cessare e che l'Iran è impegnato per la sovranità libanese. Il tono è quello di un attore di principio che difende il diritto internazionale e chiede conformità.
La copertura del blocco atlantico mette in luce prospettive contrastanti: mentre l'Iran chiede un calendario per il ritiro, Israele insiste che una pace duratura richiede la fine dell'influenza iraniana e il disarmo di Hezbollah. Nel frattempo, il rappresentante di Hezbollah in parlamento definisce il cessate il fuoco umiliante e prevede che non sarà mai attuato, sollevando dubbi sulla fattibilità dell'accordo. La cornice sottolinea la profonda sfiducia e la fragilità dell'intesa.
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