
Il panno rosso e la bandiera cancellata: cronache dal San Firmino che unisce Hemingway, proteste e 260 milioni
Mentre la folla a Pamplona srotolava uno striscione con la scritta “Destroy Israel”, i tori percorrevano le strade in due minuti e sedici secondi, tra feriti e un indotto milionario.
La mattina del 7 luglio, pochi istanti prima che il razzo – il chupinazo – squarciasse il cielo di Pamplona dando il via alla settimana di festa, tra la calca di corpi e foulard rossi si è materializzato uno striscione. La scritta “Destroy Israel” campeggiava accanto a una bandiera israeliana barrata, con la sigla di un’organizzazione della sinistra radicale basca. Il video ha cominciato a rimbalzare sui social mentre la piazza esplodeva nell’urlo collettivo «¡Viva San Fermín!», lo stesso grido che da un secolo, dopo che Ernest Hemingway lo incastonò in Fiesta, risuona come un richiamo per viaggiatori di ogni latitudine.
Quello striscione ha immediatamente innescato una reazione diplomatica. L’incaricata d’affari israeliana a Madrid, Dana Erlich, ha parlato di «un’ondata di antisemitismo in Spagna», citando anche il tentativo di mettere a tacere uno scrittore ebreo alla Fiera del Libro di Santander e le molestie a cittadini francesi a Barcellona. Il Congresso Ebraico Europeo ha condannato una retorica che «alimenta l’ostilità e normalizza l’antisemitismo», mentre la Federazione delle comunità ebraiche spagnole ha distinto la critica politica dall’«incitamento alla violenza». Il tutto mentre la festa patronale, nata attorno alla figura di un vescovo martire del III secolo decapitato in segreto per essersi rifiutato di sacrificare agli dèi pagani, si confermava ancora una volta come un gigantesco palcoscenico dove il sacro, il profano e la politica si mescolano senza sosta.
Hemingway, che vide per la prima volta un encierro nel 1923 e lo descrisse come «un fiume umano di persone che correvano come indemoniate, inseguite da animali enormi», trasformò quella corsa in un mito letterario. Da allora, la festa è diventata un magnete internazionale: secondo uno studio di Bankinter, l’impatto economico si aggira sui 260 milioni di euro, con 1,6 milioni di partecipanti agli eventi e una presenza straniera che vede francesi e statunitensi in testa, seguiti da britannici e messicani. Per i visitatori italiani, Pamplona è una meta accessibile e sempre più frequentata, complice la vicinanza geografica e il fascino di una tradizione che, nonostante le polemiche, continua a riempire alberghi e case di amici.
La corsa di martedì è stata «fulminea», come l’ha definita la tv pubblica spagnola: i sei tori, tra i 570 e i 610 chili, hanno coperto gli 850 metri del percorso in due minuti e sedici secondi, venti secondi meno dell’anno precedente. Cinque persone hanno riportato contusioni, tre sono state portate in ospedale – un americano e due spagnoli – mentre le immagini mostravano corpi che scivolavano sul selciato e animali che li scavalcavano con un balzo. Ogni anno una cinquantina di tori viene uccisa nelle corride serali, e le critiche per il maltrattamento degli animali si fanno sempre più forti, dentro e fuori la Spagna, senza però scalfire una tradizione che affonda le radici in un medioevo in cui la città permetteva «a ogni uomo e ragazzo di diventare un torero».
Alla fine, ciò che resta è l’immagine di un fazzoletto rosso annodato al collo – lo stesso colore del sangue versato dal santo, secondo la devozione popolare – che sventola tra le grida di festa e le polemiche, tra la preghiera sussurrata a un martire e lo striscione che invoca la distruzione di uno Stato. Un drappo di stoffa che, per otto giorni, tiene insieme il fragore degli zoccoli, il silenzio di una cella romana e il ronzio dei cellulari che riprendono la storia mentre accade.
| Stampa latinoamericana | 0.00 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | −0.60 | critical |
| Stampa del Golfo arabo | +0.50 | aligned |
San Fermín è un santo, una festa e un affare: 260 milioni di euro e un patrimonio culturale che unisce fede e tradizione.
Bilancia gli aspetti positivi (economia, religione) con quelli negativi (feriti) per presentare un quadro completo e oggettivo.
Lo striscione anti-Israele e la controversia diplomatica non vengono menzionati.
La festa di San Fermín è stata macchiata da uno striscione antisemita che invoca la distruzione di Israele: un atto vergognoso che richiede condanna immediata.
Si enfatizza l'elemento di protesta politica per trasformare una festa popolare in un caso di antisemitismo, utilizzando la reazione diplomatica israeliana come autorità.
L'impatto economico di 260 milioni di euro e il significato religioso della festa non vengono menzionati.
La corsa dei tori di San Fermín è un'esperienza mozzafiato per migliaia di avventurieri, un evento che unisce tradizione e adrenalina.
Si seleziona solo l'aspetto spettacolare e positivo, omettendo deliberatamente le controversie per mantenere un'immagine attraente dell'evento.
I feriti (cinque persone) e lo striscione di protesta anti-Israele non vengono menzionati.
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