
Il greggio risale dopo il rifiuto iraniano al dialogo diretto: Hormuz resta un nodo
I future sul Brent tornano sopra 73 dollari mentre Teheran esclude incontri faccia a faccia con gli inviati di Trump in Qatar, riaccendendo i timori per la regolarità dei transiti nello Stretto.
Il prezzo del petrolio ha invertito la rotta all’inizio del terzo trimestre, spinto dall’incertezza sul destino del cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran. Nella mattinata di mercoledì 1° luglio i future sul Brent sono saliti dello 0,69% a 73,45 dollari al barile, mentre il WTI ha guadagnato lo 0,91% toccando 70,13 dollari. La scintilla è stata la conferma, giunta da Teheran e Doha, che gli inviati americani Jared Kushner e Steve Witkoff, atterrati in Qatar per colloqui definiti «di alto livello» dalla Casa Bianca, non incontreranno direttamente i rappresentanti iraniani ma soltanto i mediatori qatarioti.
La reazione dei mercati va letta sullo sfondo di un secondo trimestre disastroso: il Brent ha perso circa 45 dollari al barile, la flessione trimestrale più marcata dalla crisi finanziaria del 2008, mentre il greggio statunitense ha ceduto 31 dollari, il peggior risultato dal 2020. Quelle perdite erano state alimentate dai progressi verso la fine del conflitto e dalla graduale riapertura dello Stretto di Hormuz, che aveva allentato i timori di interruzioni prolungate dell’offerta. Ora il rifiuto iraniano al faccia a faccia incrina la narrativa di una rapida normalizzazione, riportando in superficie un premio di rischio geopolitico che molti operatori, soprattutto in Asia e in Europa, considerano ancora giustificato.
Secondo gli analisti mediorientali, la riapertura del corridoio marittimo resta «irregolare, imprevedibile e priva di piena trasparenza», come ha sintetizzato Vandana Hari di Vanda Insights. Il traffico di petroliere è ripartito ma a ritmi che, stando ai dati di tracciamento, si attestano ancora a un terzo dei volumi prebellici. Il vicepresidente americano JD Vance ha dichiarato che a Teheran sarà impedito di imporre pedaggi alle navi e che i flussi di greggio attraverso lo stretto sono tornati ai livelli antecedenti la guerra, ma fonti del settore avvertono che il pieno ripristino richiederà settimane, tra sminamento, riavvio dei pozzi e cautela degli armatori. Nel frattempo, le scorte statunitensi di greggio sono scese di 6,1 milioni di barili nell’ultima settimana, secondo i dati API, offrendo un sostegno congiunturale alle quotazioni.
Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, il movimento dei prezzi si inserisce in un quadro di offerta ancora fragile. L’aumento delle quote OPEC+ entrato in vigore a luglio (188 mila barili al giorno aggiuntivi) potrebbe compensare solo in parte le tensioni, mentre l’Arabia Saudita stima che le perturbazioni nello Stretto di Hormuz possano ritardare la stabilità del mercato fino al 2027, mettendo a rischio quasi 100 milioni di barili a settimana. Il prossimo banco di prova saranno i dati ufficiali sulle scorte dell’Energy Information Administration, attesi in giornata, e l’evoluzione dei colloqui indiretti a Doha, che Washington continua a descrivere come un canale diplomatico ancora aperto.
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I prezzi del petrolio sono saliti leggermente dopo che l'Iran ha rifiutato di incontrare direttamente gli inviati statunitensi, smorzando le speranze di un rapido cessate il fuoco. Il Brent è aumentato di 50 centesimi a 73,45 dollari e il WTI di 63 centesimi a 70,13 dollari, ma il trimestre resta il peggiore dal 2008. I mercati restano in attesa di segnali di nuove interruzioni dell'offerta.
Le quotazioni del greggio sono aumentate dopo che il rifiuto dell'Iran di tenere colloqui diretti con i funzionari americani in Qatar ha messo in dubbio la tregua temporanea. Il calo trimestrale è stato il più ampio dal 2008 e un forte calo delle scorte statunitensi ha alimentato i timori sull'offerta. Lo stallo diplomatico rischia di prolungare l'instabilità regionale.
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