
L’addio a Khamenei diventa prova di forza: Teheran sfida l’isolamento con un funerale di massa
A quattro mesi dall’uccisione, le esequie dell’ex Guida suprema mobilitano milioni di persone e delegazioni da quasi cento Paesi, mentre il nuovo leader resta nell’ombra e gli Stati Uniti tentano di limitare la partecipazione internazionale.
La Repubblica Islamica dell’Iran ha avviato il 3 luglio 2026 a Teheran le cerimonie funebri per l’ex Guida suprema Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio scorso in un attacco congiunto di Stati Uniti e Israele che ha dato inizio a un conflitto di quaranta giorni. L’evento, rinviato per mesi a causa della guerra, si articola in una processione di sei giorni che toccherà le città sante di Qom, Najaf e Karbala, per concludersi il 9 luglio con la sepoltura nel mausoleo dell’Imam Reza a Mashhad. Secondo le autorità iraniane, sono attesi fino a venti milioni di partecipanti nella sola capitale, in quella che Teheran descrive come la più imponente mobilitazione popolare dalla rivoluzione del 1979.
La cerimonia assume un evidente significato politico e diplomatico. Fonti vicine all’organizzazione riferiscono che oltre cento delegazioni straniere hanno raggiunto la capitale iraniana, tra cui capi di Stato e di governo di Pakistan, Tagikistan, Armenia e Georgia, nonché rappresentanti di Russia, Cina, Turchia, Arabia Saudita e Iraq. L’ex presidente russo Dmitrij Medvedev, inviato di Vladimir Putin, ha incontrato il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che ha ringraziato Mosca per il sostegno durante il conflitto e ha sollecitato un’accelerazione della cooperazione strategica, in particolare sul corridoio di trasporto Nord-Sud. Nell’ottica di Teheran, la massiccia presenza internazionale rappresenta una risposta al tentativo statunitense di isolare il Paese: secondo fonti diplomatiche arabe e iraniane, il segretario di Stato americano Marco Rubio avrebbe esercitato forti pressioni su almeno tredici governi, minacciando ritorsioni economiche e diplomatiche, per dissuaderli dal partecipare.
Sul piano interno, il funerale si svolge in un clima di massima allerta. Le forze di sicurezza hanno schierato oltre sessantacinquemila uomini nella capitale, chiuso lo spazio aereo e imposto restrizioni alla circolazione, mentre il comandante delle Guardie della rivoluzione, Ahmad Vahidi, è apparso in pubblico per la prima volta dall’inizio della guerra, segnalando la tenuta della catena di comando militare. Resta invece assente il nuovo Leader supremo, Mojtaba Khamenei, figlio del defunto, che secondo fonti iraniane sarebbe rimasto gravemente ferito nello stesso attacco e non si è mai mostrato pubblicamente dalla nomina. La sua mancata apparizione alimenta interrogativi sulla reale distribuzione del potere all’interno del regime, in un momento in cui le Guardie rivoluzionarie sembrano aver accresciuto la propria influenza sulle decisioni strategiche, compresi i negoziati in corso con Washington.
Per gli osservatori europei e atlantici, la coreografia funebre si inserisce in un quadro di fragile tregua. Dopo la firma di un memorandum d’intesa a giugno, Iran e Stati Uniti stanno conducendo colloqui indiretti in Qatar e Pakistan per un accordo permanente, mentre Teheran continua a rivendicare il controllo esclusivo dello Stretto di Hormuz, con il sostegno dell’Oman. In questo contesto, la capacità del regime di mobilitare milioni di persone e di attrarre delegazioni da Paesi chiave del Sud globale viene letta a Bruxelles come un tentativo di consolidare la propria posizione negoziale, trasformando il lutto in una dimostrazione di resilienza e di perdurante centralità regionale. Le prossime fasi del negoziato, attese dopo la conclusione delle esequie, chiariranno se questa strategia avrà prodotto effetti concreti sul tavolo delle trattative.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Il funerale dell'ayatollah Khamenei viene presentato come un'ondata di dolore spontanea e storica da parte di milioni di iraniani, a dimostrazione dell'unità nazionale e del sostegno incrollabile alla Rivoluzione Islamica. L'evento è inquadrato come una risposta diretta all'assassinio statunitense-israeliano, trasformando la cerimonia in una potente dimostrazione di forza e sfida ai nemici stranieri. L'enorme partecipazione è descritta come un'espressione naturale e volontaria di lealtà, senza alcun accenno a mobilitazioni statali o dissenso.
Il funerale viene raccontato con enfasi sulle lacrime dei leader iraniani, ma solleva dubbi sulla genuinità della massiccia partecipazione, alla luce delle recenti proteste contro Khamenei. Vengono evidenziati i cori 'Morte all'America' e richieste di vendetta, suggerendo un'atmosfera militanza. La copertura lascia intendere che il regime potrebbe aver fatto pressioni per la partecipazione, mettendo in dubbio la spontaneità del lutto.
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