
La FIFA sospende il rosso a Balogun, Trump esulta: il Mondiale si piega alla politica
L’intervento diretto del presidente americano su Infantino ha ribaltato una squalifica automatica, scatenando le proteste del Belgio e un dibattito globale sull’integrità del torneo.
A trentadue ore dal fischio d’inizio di Stati Uniti-Belgio, il Mondiale ha conosciuto la sua svolta più controversa: Folarin Balogun, centravanti e capocannoniere dei padroni di casa, scenderà regolarmente in campo nonostante l’espulsione diretta rimediata contro la Bosnia. La Commissione Disciplinare della FIFA ha infatti sospeso per un anno l’esecuzione della squalifica automatica, appellandosi all’articolo 27 del Codice Disciplinare, che consente di congelare una sanzione in regime di prova. Una decisione tecnicamente prevista dai regolamenti, ma che nella storia della Coppa del Mondo non era mai stata applicata a un cartellino rosso sventolato durante la fase a eliminazione diretta, e che arriva dopo un pressing politico senza precedenti.
Secondo molteplici ricostruzioni della stampa americana, il presidente Donald Trump ha telefonato personalmente a Gianni Infantino all’indomani della partita, chiedendo di rivedere un provvedimento giudicato “una grande ingiustizia”. Il tycoon ha poi celebrato la retromarcia su Truth Social, mentre la Casa Bianca twittava “USA-USA-USA”. Fonti vicine alla FIFA insistono sull’indipendenza del panel disciplinare, ma la cronologia degli eventi – e la consolidata intimità tra Infantino e Trump, suggellata da un Premio per la Pace creato ad hoc – alimentano il sospetto di un’interferenza diretta. Nell’ottica di Washington, si è trattato di correggere un errore arbitrale: il fallo di Balogun, un pestone involontario sul difensore Muharemovic, era stato punito con il rosso dopo un controverso review al VAR, e lo stesso segretario di Stato Marco Rubio aveva parlato di “fregatura”.
La reazione europea è stata di sconcerto e rabbia. La Federcalcio belga si è detta “attonita” e ha annunciato di voler esplorare tutte le opzioni legali, denunciando una palese contraddizione con l’articolo 66.4 dello stesso Codice, che sancisce l’automaticità della sospensione dopo un’espulsione, e con la Circolare n.16 distribuita a tutte le federazioni a maggio. Il ct Rudi Garcia ha ironizzato: “Non sapevo che il 5 luglio alla FIFA equivalesse al primo aprile”. Anche la stampa fiamminga ha parlato di “favoritismo verso il paese ospitante”, mentre il norvegese Stale Solbakken, fresco di qualificazione ai quarti, ha bollato la scelta come “un errore madornale che getta un’ombra sugli Stati Uniti e sull’intero torneo”.
Il precedente più citato è quello di Cristiano Ronaldo, che nel novembre 2025 si vide sospendere due delle tre giornate di squalifica per una gomitata in qualificazione, potendo così giocare l’esordio mondiale. Ma allora la decisione arrivò prima del torneo e fu motivata dalla fedina disciplinare immacolata del portoghese. Qui, invece, la FIFA non ha fornito alcuna spiegazione pubblica, limitandosi a citare l’articolo 27. Per gli analisti di Bruxelles, il vero vulnus è l’assenza di una motivazione che distingua il caso Balogun dagli altri undici cartellini rossi già scontati in questo Mondiale, minando la prevedibilità delle regole e la parità di trattamento.
Sul piano sportivo, il rientro di Balogun restituisce a Mauricio Pochettino il suo terminale offensivo più prolifico (tre gol in quattro partite) proprio nella sfida che può riportare gli Stati Uniti ai quarti di finale per la prima volta dal 2002. Il Belgio, dal canto suo, dovrà fare i conti non solo con l’imprevisto rinforzo avversario, ma anche con la sensazione di giocare contro un sistema che ha piegato le regole alla ragion di Stato. La partita di Seattle, in programma nella notte italiana tra lunedì e martedì, si carica così di un significato che va ben oltre il rettangolo verde: in palio non c’è solo un posto tra le prime otto, ma la credibilità stessa di un Mondiale che rischia di essere ricordato come il torneo in cui la politica è entrata in area di rigore.
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La sospensione per cartellino rosso dell'attaccante statunitense è stata controversamente revocata dopo l'intervento personale del presidente Trump presso la FIFA. Mentre alcuni media celebrano la decisione come correzione di un'ingiustizia, altri sollevano seri dubbi sull'integrità sportiva e l'interferenza politica nei Mondiali. Lo stupore della federazione belga sottolinea la natura senza precedenti della mossa.
La decisione di revocare la sospensione di Balogun è vista come un palese esempio di interferenza politica nello sport, con il presidente Trump che ha fatto pressioni direttamente sulla FIFA. I media europei esprimono indignazione per il minamento delle regole sportive e il precedente che crea per i futuri tornei. Lo shock della federazione belga è ampiamente riportato come giustificato, e la mossa è inquadrata come uno scandalo che offusca la credibilità dei Mondiali.
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