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Geopolitica e Politicamercoledì 24 giugno 2026

Washington, il Libano tra due tavoli: il progetto pilota e l’ombra di Teheran

Mentre a Washington si discute il trasferimento di zone del sud all’esercito libanese, il nuovo meccanismo di de-escalation voluto da Stati Uniti e Iran esclude Israele e ridisegna gli equilibri.

Il quinto round di negoziati diretti tra Libano e Israele, in corso a Washington sotto egida statunitense, ruota attorno a un progetto «pilota» che prevede la consegna di alcune aree del Libano meridionale – attualmente occupate dalle forze israeliane – all’esercito libanese. Secondo fonti israeliane e libanesi, i reparti libanesi coinvolti sarebbero sottoposti a un processo di addestramento e verifica da parte americana, con l’obiettivo dichiarato di garantire l’assenza di legami con Hezbollah. Israele manterrebbe comunque una presenza militare in una fascia cuscinetto lungo il confine, mentre la designazione delle «zone modello» resta subordinata all’approvazione di Tel Aviv. Il presidente libanese Joseph Aoun ha ribadito che il tavolo di Washington è «separato» dagli esiti degli incontri di Lucerna tra Stati Uniti e Iran, monitorati da Qatar e Pakistan.

La posizione di Beirut, espressa da Aoun e dal presidente del Parlamento Nabih Berri, punta a ottenere un calendario vincolante per il ritiro totale israeliano, il dispiegamento esclusivo dell’esercito libanese a sud del Litani, il rilascio dei prigionieri e l’avvio della ricostruzione. Aoun ha inoltre respinto ogni «tutela esterna» – un riferimento trasparente all’Iran – e ha chiesto a Londra e Parigi di sostenere il mantenimento di una presenza internazionale nel sud anche dopo il previsto ritiro di UNIFIL all’inizio del 2027, tema che interessa direttamente diversi paesi europei, Italia inclusa, che contribuiscono alla missione. Sul fronte opposto, Hezbollah, per bocca del suo capo Naim Qassem, esige un ritiro israeliano «fino all’ultimo centimetro» e considera illegittimo qualsiasi negoziato diretto con lo Stato ebraico, mentre continua a rivendicare il ruolo della «Resistenza» come garante della sovranità libanese.

Il dossier libanese è però ormai incardinato in una dinamica regionale più ampia. L’intesa quadro raggiunta in Svizzera tra Washington e Teheran ha istituito una «cellula di deconfliction» per il Libano composta da Stati Uniti, Iran, Libano, Qatar e Pakistan – con la vistosa esclusione di Israele. Secondo analisti mediorientali, questo meccanismo attribuisce a Teheran un potere di supervisione sulle attività militari israeliane nel sud, limitandole di fatto alla risposta a «minacce imminenti». Fonti della sicurezza israeliana descrivono una crescente frustrazione tra i comandi sul campo, che si sentono vincolati da direttive politiche ambigue e da restrizioni operative che smentiscono la retorica ufficiale sulla «piena libertà d’azione». Il premier Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno reagito ribadendo che le forze israeliane manterranno il controllo della «zona di sicurezza» e potranno colpire qualsiasi minaccia, diretta o in via di sviluppo.

La posta in gioco per l’Europa e per l’Italia, che guida il contingente UNIFIL, è duplice: da un lato, la tenuta del cessate il fuoco e la credibilità del canale negoziale libanese-israeliano; dall’altro, la prospettiva di un vuoto di sicurezza dopo il 2027, che Parigi e altre capitali europee vorrebbero colmare con una nuova missione internazionale, ancora tutta da definire sul piano giuridico e politico. I colloqui di Washington proseguiranno fino a giovedì, con sessioni tecnico-militari dedicate alle zone pilota e alla tempistica del ritiro. Qualsiasi piano operativo, ha precisato un alto funzionario libanese, sarà reso noto solo al termine di questa tornata, mentre resta aperto il nodo di fondo: se il disarmo di Hezbollah e la stabilizzazione del sud possano essere negoziati direttamente tra Beirut e Tel Aviv, o se invece il destino del Libano sia ormai parte integrante del più vasto negoziato tra Washington e Teheran.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Stampa africana subsaharianaStampa sud-est asiatica
Stampa africana subsahariana
DistaccoPragmatismo

Il resoconto riporta la richiesta di Hezbollah di un ritiro israeliano totale dal Libano, sottolineando al contempo il rifiuto del presidente Aoun di qualsiasi interferenza straniera. Viene menzionata l'istituzione di una cellula di de-conflitto USA-Iran mediata da Pakistan e Qatar per prevenire escalation, inquadrando la vicenda come uno sviluppo diplomatico nel più ampio contesto mediorientale.

Stampa sud-est asiatica
PragmatismoDistacco

La copertura si concentra sui negoziati in corso a Washington, dove il Libano chiede un ritiro israeliano completo dal sud. Israele, tuttavia, insiste su garanzie che l'esercito libanese possa smantellare le infrastrutture di Hezbollah, rivelando una situazione di stallo sul meccanismo di ritiro.

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Washington, il Libano tra due tavoli: il progetto pilota e l’ombra di Teheran

Mentre a Washington si discute il trasferimento di zone del sud all’esercito libanese, il nuovo meccanismo di de-escalation voluto da Stati Uniti e Iran esclude Israele e ridisegna gli equilibri.

Il quinto round di negoziati diretti tra Libano e Israele, in corso a Washington sotto egida statunitense, ruota attorno a un progetto «pilota» che prevede la consegna di alcune aree del Libano meridionale – attualmente occupate dalle forze israeliane – all’esercito libanese. Secondo fonti israeliane e libanesi, i reparti libanesi coinvolti sarebbero sottoposti a un processo di addestramento e verifica da parte americana, con l’obiettivo dichiarato di garantire l’assenza di legami con Hezbollah. Israele manterrebbe comunque una presenza militare in una fascia cuscinetto lungo il confine, mentre la designazione delle «zone modello» resta subordinata all’approvazione di Tel Aviv. Il presidente libanese Joseph Aoun ha ribadito che il tavolo di Washington è «separato» dagli esiti degli incontri di Lucerna tra Stati Uniti e Iran, monitorati da Qatar e Pakistan.

La posizione di Beirut, espressa da Aoun e dal presidente del Parlamento Nabih Berri, punta a ottenere un calendario vincolante per il ritiro totale israeliano, il dispiegamento esclusivo dell’esercito libanese a sud del Litani, il rilascio dei prigionieri e l’avvio della ricostruzione. Aoun ha inoltre respinto ogni «tutela esterna» – un riferimento trasparente all’Iran – e ha chiesto a Londra e Parigi di sostenere il mantenimento di una presenza internazionale nel sud anche dopo il previsto ritiro di UNIFIL all’inizio del 2027, tema che interessa direttamente diversi paesi europei, Italia inclusa, che contribuiscono alla missione. Sul fronte opposto, Hezbollah, per bocca del suo capo Naim Qassem, esige un ritiro israeliano «fino all’ultimo centimetro» e considera illegittimo qualsiasi negoziato diretto con lo Stato ebraico, mentre continua a rivendicare il ruolo della «Resistenza» come garante della sovranità libanese.

Il dossier libanese è però ormai incardinato in una dinamica regionale più ampia. L’intesa quadro raggiunta in Svizzera tra Washington e Teheran ha istituito una «cellula di deconfliction» per il Libano composta da Stati Uniti, Iran, Libano, Qatar e Pakistan – con la vistosa esclusione di Israele. Secondo analisti mediorientali, questo meccanismo attribuisce a Teheran un potere di supervisione sulle attività militari israeliane nel sud, limitandole di fatto alla risposta a «minacce imminenti». Fonti della sicurezza israeliana descrivono una crescente frustrazione tra i comandi sul campo, che si sentono vincolati da direttive politiche ambigue e da restrizioni operative che smentiscono la retorica ufficiale sulla «piena libertà d’azione». Il premier Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno reagito ribadendo che le forze israeliane manterranno il controllo della «zona di sicurezza» e potranno colpire qualsiasi minaccia, diretta o in via di sviluppo.

La posta in gioco per l’Europa e per l’Italia, che guida il contingente UNIFIL, è duplice: da un lato, la tenuta del cessate il fuoco e la credibilità del canale negoziale libanese-israeliano; dall’altro, la prospettiva di un vuoto di sicurezza dopo il 2027, che Parigi e altre capitali europee vorrebbero colmare con una nuova missione internazionale, ancora tutta da definire sul piano giuridico e politico. I colloqui di Washington proseguiranno fino a giovedì, con sessioni tecnico-militari dedicate alle zone pilota e alla tempistica del ritiro. Qualsiasi piano operativo, ha precisato un alto funzionario libanese, sarà reso noto solo al termine di questa tornata, mentre resta aperto il nodo di fondo: se il disarmo di Hezbollah e la stabilizzazione del sud possano essere negoziati direttamente tra Beirut e Tel Aviv, o se invece il destino del Libano sia ormai parte integrante del più vasto negoziato tra Washington e Teheran.

Divergenza delle fonti

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Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

Come si dividono

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Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 6 lingue

TonoTemperaturaFocusPosizionamentoOrizzonte
Stampa africana subsaharianaStampa sud-est asiatica
Stampa africana subsahariana
DistaccoPragmatismo

Il resoconto riporta la richiesta di Hezbollah di un ritiro israeliano totale dal Libano, sottolineando al contempo il rifiuto del presidente Aoun di qualsiasi interferenza straniera. Viene menzionata l'istituzione di una cellula di de-conflitto USA-Iran mediata da Pakistan e Qatar per prevenire escalation, inquadrando la vicenda come uno sviluppo diplomatico nel più ampio contesto mediorientale.

Stampa sud-est asiatica
PragmatismoDistacco

La copertura si concentra sui negoziati in corso a Washington, dove il Libano chiede un ritiro israeliano completo dal sud. Israele, tuttavia, insiste su garanzie che l'esercito libanese possa smantellare le infrastrutture di Hezbollah, rivelando una situazione di stallo sul meccanismo di ritiro.

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