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Geopolitica e Politicamercoledì 24 giugno 2026

Bolivia: fine dei blocchi e stato d’eccezione, mentre all’OEA si scontrano Washington e Brasilia

Dopo 53 giorni di paralisi, il governo Paz revoca i blocchi ma mantiene lo stato d’emergenza; all’Assemblea generale dell’Organizzazione degli Stati Americani, gli Stati Uniti spingono per etichettare le fazioni criminali come terroriste, mentre il Brasile frena.

La Bolivia è uscita martedì da quasi due mesi di blocchi stradali che avevano paralizzato il paese, causando una grave crisi di approvvigionamento di cibo, carburante e medicinali. Il presidente Rodrigo Paz Pereira ha annunciato che «il blocco è stato sconfitto», mentre l’Amministrazione statale delle strade confermava zero punti di interruzione attivi sulla rete viaria nazionale. Il governo ha tuttavia deciso di mantenere in vigore lo stato di eccezione decretato sabato scorso, che autorizza l’impiego delle forze armate per garantire l’ordine pubblico. In una dichiarazione congiunta promossa dal Dipartimento di Stato americano e sottoscritta da altri quindici paesi della regione – tra cui Argentina, Canada, Cile e Perù – i firmatari hanno espresso «profonda preoccupazione» per gli effetti dei blocchi sulla democrazia e sullo stato di diritto, definendo le azioni di una «minoranza violenta» una minaccia all’ordine costituzionale. L’ex presidente Evo Morales, rifugiato nel Chapare con un mandato d’arresto per una vicenda giudiziaria, ha accusato il governo di spingere il paese verso «una guerra civile» con politiche neoliberali, ma le mobilitazioni si sono progressivamente smobilitate dopo l’accordo tra l’esecutivo e la Centrale Operaia Boliviana.

La crisi boliviana si è intrecciata con i lavori della 56ma Assemblea generale dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) in corso a Panama. Il sottosegretario di Stato americano Christopher Landau ha esortato l’organizzazione a un ruolo più proattivo contro le «organizzazioni terroristiche che producono e trafficano narcotici», citando il fentanil come minaccia che si estende «dal Canada alla Patagonia». Landau ha inoltre chiesto una politica di «tolleranza zero» verso i regimi totalitari di Nicaragua, Cuba e Venezuela. L’Assemblea ha approvato una dichiarazione di condanna delle violazioni sistematiche dei diritti umani in Nicaragua, documentate da meccanismi ONU e interamericani, che secondo l’ultimo rapporto potrebbero configurare crimini contro l’umanità. La morte sotto custodia statale del leader indigeno Brooklyn Rivera, nonostante le misure cautelari della Corte interamericana, ha accentuato la preoccupazione.

Sul fronte della sicurezza, è emersa una divergenza netta tra Washington e Brasilia. Il ministro degli Esteri brasiliano Mauro Vieira ha messo in guardia contro la tentazione di «riclassificare il crimine organizzato sotto etichette che confondono fenomeni di natura diversa». Il riferimento implicito è alla recente designazione unilaterale da parte degli Stati Uniti del Primeiro Comando da Capital (PCC) e del Comando Vermelho (CV) come Organizzazioni Terroristiche Straniere. Secondo l’ottica brasiliana, categorie importate da altri contesti non contribuiscono a smantellare le reti criminali, ma limitano lo scambio di intelligence e possono diventare un pretesto per interventi che ignorano frontiere e sovranità. Vieira ha ribadito che il Brasile conferisce la massima priorità alla cooperazione tra polizie e servizi di intelligence e all’assistenza giudiziaria reciproca, rifiutando approcci che possano generare insicurezza giuridica e sanzioni extraterritoriali.

La convergenza regionale sul caso boliviano – con il sostegno quasi unanime al governo Paz – convive dunque con una frattura sulla strategia di contrasto al crimine transnazionale. Mentre Washington persegue l’assimilazione delle grandi fazioni del narcotraffico alla categoria del terrorismo, secondo fonti diplomatiche a Brasilia e in altre capitali latinoamericane questo approccio rischia di minare la cooperazione giudiziaria e di generare insicurezza economica, come il congelamento di beni e restrizioni finanziarie extraterritoriali. L’Assemblea dell’OEA proseguirà nei prossimi giorni con ulteriori risoluzioni, mentre a La Paz il governo prepara un «incontro nazionale per l’unità» per avviare la ricostruzione economica e sociale, con lo stato di eccezione che resta in vigore per novanta giorni come strumento legale di riordino.

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Il governo boliviano ha dichiarato sconfitti i blocchi stradali dopo oltre 50 giorni di penurie, ma lo stato di eccezione resta in vigore per evitare nuove agitazioni. All'OEA è emersa una divisione sull'opportunità di etichettare i gruppi criminali come terroristi: il Brasile sostiene che le etichette non smantellano le reti, mentre gli Stati Uniti e 15 alleati hanno appoggiato la gestione della crisi da parte del governo boliviano.

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Con il sostegno degli Stati Uniti e degli alleati, il governo eletto della Bolivia ha spezzato la schiena ai blocchi stradali che per settimane hanno strangolato i rifornimenti, anche se lo stato di eccezione resta. All'OEA, Washington ha spinto i membri a designare i cartelli del fentanyl come organizzazioni terroristiche, inquadrandola come un imperativo di sicurezza, mentre alcune voci latinoamericane hanno messo in guardia dal confondere crimine organizzato e terrorismo.

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Bolivia: fine dei blocchi e stato d’eccezione, mentre all’OEA si scontrano Washington e Brasilia

Dopo 53 giorni di paralisi, il governo Paz revoca i blocchi ma mantiene lo stato d’emergenza; all’Assemblea generale dell’Organizzazione degli Stati Americani, gli Stati Uniti spingono per etichettare le fazioni criminali come terroriste, mentre il Brasile frena.

La Bolivia è uscita martedì da quasi due mesi di blocchi stradali che avevano paralizzato il paese, causando una grave crisi di approvvigionamento di cibo, carburante e medicinali. Il presidente Rodrigo Paz Pereira ha annunciato che «il blocco è stato sconfitto», mentre l’Amministrazione statale delle strade confermava zero punti di interruzione attivi sulla rete viaria nazionale. Il governo ha tuttavia deciso di mantenere in vigore lo stato di eccezione decretato sabato scorso, che autorizza l’impiego delle forze armate per garantire l’ordine pubblico. In una dichiarazione congiunta promossa dal Dipartimento di Stato americano e sottoscritta da altri quindici paesi della regione – tra cui Argentina, Canada, Cile e Perù – i firmatari hanno espresso «profonda preoccupazione» per gli effetti dei blocchi sulla democrazia e sullo stato di diritto, definendo le azioni di una «minoranza violenta» una minaccia all’ordine costituzionale. L’ex presidente Evo Morales, rifugiato nel Chapare con un mandato d’arresto per una vicenda giudiziaria, ha accusato il governo di spingere il paese verso «una guerra civile» con politiche neoliberali, ma le mobilitazioni si sono progressivamente smobilitate dopo l’accordo tra l’esecutivo e la Centrale Operaia Boliviana.

La crisi boliviana si è intrecciata con i lavori della 56ma Assemblea generale dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) in corso a Panama. Il sottosegretario di Stato americano Christopher Landau ha esortato l’organizzazione a un ruolo più proattivo contro le «organizzazioni terroristiche che producono e trafficano narcotici», citando il fentanil come minaccia che si estende «dal Canada alla Patagonia». Landau ha inoltre chiesto una politica di «tolleranza zero» verso i regimi totalitari di Nicaragua, Cuba e Venezuela. L’Assemblea ha approvato una dichiarazione di condanna delle violazioni sistematiche dei diritti umani in Nicaragua, documentate da meccanismi ONU e interamericani, che secondo l’ultimo rapporto potrebbero configurare crimini contro l’umanità. La morte sotto custodia statale del leader indigeno Brooklyn Rivera, nonostante le misure cautelari della Corte interamericana, ha accentuato la preoccupazione.

Sul fronte della sicurezza, è emersa una divergenza netta tra Washington e Brasilia. Il ministro degli Esteri brasiliano Mauro Vieira ha messo in guardia contro la tentazione di «riclassificare il crimine organizzato sotto etichette che confondono fenomeni di natura diversa». Il riferimento implicito è alla recente designazione unilaterale da parte degli Stati Uniti del Primeiro Comando da Capital (PCC) e del Comando Vermelho (CV) come Organizzazioni Terroristiche Straniere. Secondo l’ottica brasiliana, categorie importate da altri contesti non contribuiscono a smantellare le reti criminali, ma limitano lo scambio di intelligence e possono diventare un pretesto per interventi che ignorano frontiere e sovranità. Vieira ha ribadito che il Brasile conferisce la massima priorità alla cooperazione tra polizie e servizi di intelligence e all’assistenza giudiziaria reciproca, rifiutando approcci che possano generare insicurezza giuridica e sanzioni extraterritoriali.

La convergenza regionale sul caso boliviano – con il sostegno quasi unanime al governo Paz – convive dunque con una frattura sulla strategia di contrasto al crimine transnazionale. Mentre Washington persegue l’assimilazione delle grandi fazioni del narcotraffico alla categoria del terrorismo, secondo fonti diplomatiche a Brasilia e in altre capitali latinoamericane questo approccio rischia di minare la cooperazione giudiziaria e di generare insicurezza economica, come il congelamento di beni e restrizioni finanziarie extraterritoriali. L’Assemblea dell’OEA proseguirà nei prossimi giorni con ulteriori risoluzioni, mentre a La Paz il governo prepara un «incontro nazionale per l’unità» per avviare la ricostruzione economica e sociale, con lo stato di eccezione che resta in vigore per novanta giorni come strumento legale di riordino.

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Il governo boliviano ha dichiarato sconfitti i blocchi stradali dopo oltre 50 giorni di penurie, ma lo stato di eccezione resta in vigore per evitare nuove agitazioni. All'OEA è emersa una divisione sull'opportunità di etichettare i gruppi criminali come terroristi: il Brasile sostiene che le etichette non smantellano le reti, mentre gli Stati Uniti e 15 alleati hanno appoggiato la gestione della crisi da parte del governo boliviano.

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