
La tregua in Libano sotto dettatura americana: Israele non arretra, Hezbollah denuncia violazioni
Il cessate il fuoco imposto da Trump congela il fronte libanese ma lascia irrisolto il nodo del disarmo di Hezbollah, mentre si apre una finestra di sessanta giorni per il negoziato nucleare con l’Iran.
Un cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah è entrato in vigore nel sud del Libano su pressione diretta del presidente statunitense Donald Trump, che secondo fonti diplomatiche a Washington ha telefonato a Tel Aviv imponendo di fermare l’escalation. L’intesa, mediata da Stati Uniti e Qatar con il concorso dell’Iran, è stata confermata sia da un alto funzionario israeliano sia da due fonti vicine al partito di Dio. La tregua si inserisce in un quadro più ampio: Washington e Teheran hanno siglato digitalmente un memorandum d’intesa che congela le ostilità dirette e apre una finestra di sessanta giorni per negoziare programma nucleare, alleggerimento delle sanzioni e sicurezza regionale, compresa la riapertura dello Stretto di Hormuz.
Nell’ottica di Tel Aviv, la sospensione dei combattimenti non equivale a un ritiro. Il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno ribadito che le Forze di difesa israeliane resteranno nel Libano meridionale, in Gaza e sulle alture siriane finché Hezbollah non sarà disarmato e la fascia di confine demilitarizzata. Fonti governative israeliane sottolineano che l’esercito conserva piena libertà operativa contro ogni minaccia, e che il ritiro non avverrà «per un tempo limitato» ma in funzione delle condizioni di sicurezza. Questa posizione ha alimentato attriti con l’amministrazione Trump: il vicepresidente J.D. Vance e lo stesso Trump avrebbero richiamato Netanyahu e i suoi ministri a rispettare gli impegni, mentre da Gerusalemme si leva la critica che Israele «non può essere dettato» da Washington.
Sul terreno la tregua mostra crepe immediate. Hezbollah ha denunciato come «flagrante violazione» un attacco israeliano con droni che nella notte ha ucciso tre civili nel villaggio di Mayfadoun, mentre l’esercito israeliano sostiene di aver eliminato militanti del gruppo che rappresentavano una minaccia. Raid aerei e colpi d’artiglieria hanno colpito Beit Yahoun e Nabatieh al-Fawqa, e quattro soldati israeliani sono morti in un incidente non precisato. Secondo il ministero della Salute libanese, gli attacchi israeliani delle ultime ore hanno causato decine di vittime. L’Onu e le cancellerie europee, inclusa Roma, seguono con apprensione una dinamica che rischia di far deragliare il processo diplomatico prima ancora che i negoziatori americani e iraniani si siedano al tavolo in Svizzera.
Per l’Europa e per l’Italia, la posta in gioco è duplice. Da un lato, la stabilizzazione del Levante allontana lo spettro di un’interruzione prolungata dei flussi energetici attraverso Hormuz, che aveva fatto impennare i prezzi del greggio con ricadute dirette sui listini italiani. Dall’altro, il possibile rientro degli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica nei siti nucleari iraniani – che il vicepresidente Vance ha definito «una pietra miliare» – è letto a Bruxelles come un’occasione per riannodare i fili dell’accordo del 2015, architrave della non proliferazione regionale. Resta però l’incognita del disarmo di Hezbollah, condizione che Israele pone come irrinunciabile e che Teheran, principale patron del movimento sciita, non sembra disposta a imporre senza contropartite sul fronte delle sanzioni e degli asset congelati.
Il dossier entra ora in una fase negoziale serrata. L’inviato speciale della Casa Bianca Steve Witkoff è atteso in Svizzera per il primo round di colloqui con l’Iran, mentre i rappresentanti libanesi e israeliani discutono a Washington un calendario di ritiro graduale delle truppe israeliane dal sud del Libano. La tenuta della tregua dipenderà dalla capacità di contenere le accuse reciproche di violazioni e di tradurre la pausa tattica in un’architettura di sicurezza condivisa. I prossimi sessanta giorni diranno se il cessate il fuoco è il preludio di un’intesa stabile o soltanto una parentesi prima di una nuova escalation.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Analisti della sicurezza israeliani mettono in dubbio la linea dura di Netanyahu, ritenendo che il rifiuto di ritirarsi dal Libano sia un azzardo che si sgretola sotto la pressione americana. Il cessate il fuoco è fragile e l'insistenza di Israele rischia di isolarlo, mentre Washington mette al primo posto i propri interessi strategici.
Israele viola palesemente il cessate il fuoco uccidendo civili e rifiutando di ritirarsi. Hezbollah denuncia l'aggressione e avverte di conseguenze, dipingendo lo Stato ebraico come un occupante che non rispetta gli accordi. L'intesa mediata dagli Stati Uniti appare già un fallimento.
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