
Haaland e la Norvegia agli ottavi: il gol, la leggerezza e una maglia che manca
Con un gol all'86' contro la Costa d'Avorio, il centravanti norvegese ha riportato il suo Paese agli ottavi di un Mondiale dopo ventotto anni, incarnando un'inedita rivoluzione di disinvoltura.
La Norvegia ha staccato il biglietto per gli ottavi di finale del Mondiale 2026 con un colpo di testa di Erling Haaland a quattro minuti dalla fine dei tempi regolamentari contro la Costa d'Avorio. Il 2-1 di Dallas ha evitato i supplementari e ha consegnato alla selezione scandinava il primo accesso alla fase a eliminazione diretta dal 1998, spalancando le porte a una sfida con il Brasile che già infiamma l'attesa. Il gesto tecnico, potente e preciso, è stato accompagnato da una confessione a caldo che ne ha rivelato l'indole: «Ero esausto, ho pensato 'non ho voglia di giocare un tempo supplementare, quindi devo segnare'».
Quella battuta, virale nel giro di pochi minuti, è il manifesto di un approccio che gli osservatori del Nord Europa definiscono una «rivoluzione della leggerezza». Haaland, cinque reti in quattro partite e secondo marcatore del torneo alle spalle di Messi e Mbappé, attraversa la competizione con una naturalezza che sfida i codici di solennità del calcio d'élite. Alla vigilia del confronto con la Francia aveva dichiarato: «Non mi importa molto, probabilmente vinceranno il torneo». Prima del Brasile, ha stemperato la tensione con un realismo privo di angoscia: «Non sarà facile, non so se ci riusciremo. Ci siamo preparati molto e restiamo pronti». Un contegno che, secondo gli analisti sportivi del continente, non è indifferenza ma la cifra di un giovane capace di onorare la responsabilità storica senza farsene schiacciare.
La dimensione intima del fenomeno Haaland è emersa con forza anche fuori dal rettangolo verde. Dopo la vittoria, l'abbraccio in tribuna con la sorella Gabrielle ha scatenato un'ondata di commenti globali per la somiglianza sorprendente tra i due, definita «gemellare» dai tifosi sui social. La famiglia, del resto, è un pilastro della sua identità pubblica: il padre Alf-Inge, ex calciatore di Leeds e Manchester City, e la madre Gry Marita Braut, ex campionessa nazionale di eptathlon, compaiono nel doppio cognome che il centravanti ha scelto di esibire sulla maglia della nazionale – «Braut Haaland» – in ossequio a una tradizione norvegese che valorizza entrambi i rami familiari.
L'entusiasmo che circonda la squadra ha prodotto un effetto collaterale in patria: la cronica carenza di maglie ufficiali. La presidente della federazione, Lise Klaveness, ha ammesso che la domanda ha superato ogni previsione, con code davanti ai negozi di Oslo e scaffali svuotati in pochi minuti. «È un problema di lusso, ma un problema che dobbiamo risolvere», ha dichiarato, mentre il broadcaster TV2 documentava la frustrazione dei tifosi impossibilitati a indossare i colori sociali. La febbre norvegese, alimentata da un centravanti che unisce cinismo sotto porta e ironia, si prepara ora all'esame più severo: domenica al MetLife Stadium di New York, contro il Brasile, Haaland e i suoi compagni proveranno a scrivere un'altra pagina di una favola che sta già ridefinendo i confini emotivi del calcio nordico.
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La qualificazione della Norvegia è un risultato notevole, ma l'attenzione si sposta subito sull'ostacolo Brasiliano. Il tono è misurato, con riferimenti alla tradizione calcistica brasiliana.
La qualificazione della Norvegia è accolta con cautela. L'attenzione è sulla necessità di moderare l'entusiasmo, come suggerito dall'avvertimento della presidente messicana per i festeggiamenti.
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