Accedi
Edizione delle 10:00 CETvenerdì 19 giugno 2026
311 testate · 17 lingue819 briefing oggi
Economia e Mercativenerdì 12 giugno 2026

Grandi opere, grandi dubbi: la tentazione dei mega-progetti pubblici

Dall’alta velocità canadese alle centrali nucleari svedesi, passando per la Svizzera e il Labrador, i governi scommettono miliardi su infrastrutture dai rendimenti incerti e dai costi incontrollabili.

Il dibattito sulle grandi infrastrutture sta assumendo, in diverse democrazie occidentali, i contorni di un paradosso ricorrente: progetti nati sotto la bandiera della modernizzazione e della sicurezza energetica si trasformano spesso in voragini finanziarie, contestate non solo dall’opposizione ma anche da attori insospettabili. È il caso del Canada, dove il governo federale liberale accarezza l’idea di una linea ferroviaria ad alta velocità tra Toronto e Québec City, un’opera dal costo stimato – forse in modo ottimistico – intorno ai 90 miliardi di dollari canadesi, ma che secondo i partiti indipendentisti del Québec potrebbe lievitare fino a 200 miliardi. A sollevare obiezioni non sono soltanto i conti: il leader del Parti Québécois, Paul St-Pierre Plamondon, ha denunciato il progetto come uno strumento di «nation building» canadese, un’operazione identitaria prima ancora che trasportistica, che distrarrebbe risorse preziose da priorità più urgenti. Un argomento, quello del costo-opportunità, che risuona ben oltre i confini nordamericani.

In Svizzera, il Consiglio federale ha proposto di investire 2,3 miliardi di franchi nella costruzione di quattro centrali elettriche di riserva, concepite per funzionare solo in caso di grave penuria energetica. L’idea è quella di una polizza assicurativa nazionale: nella migliore delle ipotesi, questi impianti non entreranno mai in produzione, limitando i costi operativi ma lasciando in eredità un capitale immobilizzato. La stima della spesa resta peraltro avvolta nell’incertezza, perché un’eventuale attivazione prolungata farebbe lievitare i costi in modo imprevedibile. La mossa di Berna riflette un’ansia condivisa da molti esecutivi europei dopo le crisi degli ultimi anni, ma solleva una domanda scomoda: ha senso vincolare miliardi per un’emergenza ipotetica quando la transizione verso fonti rinnovabili richiederebbe investimenti strutturali immediati?

La Svezia offre un controcanto altrettanto istruttivo. Il governo di Stoccolma ha rilanciato il nucleare come pilastro della futura sicurezza energetica, puntando anche sui reattori modulari di piccola taglia (SMR), ancora però confinati sulla carta. La realtà industriale è più fredda: nessuna impresa è disposta a investire capitali propri senza garanzie statali maggioritarie, come dimostra il caso di Vattenfall per il sito di Ringhals. Nel frattempo, sei reattori più vecchi sono stati spenti dopo Fukushima, facendo salire i costi di gestione e smantellamento. E sul capitolo scorie, il governo vorrebbe accollarsi la responsabilità per i primi 125 anni, lasciando aperto l’interrogativo su chi vigilerà sulle scorie radioattive per i millenni successivi. Anche qui, il confine tra strategia energetica e scommessa finanziaria si fa labile.

La provincia canadese di Terranova e Labrador offre infine una lezione di pazienza strategica. In vista della scadenza, nel 2041, del contratto idroelettrico con il Québec per lo sfruttamento del fiume Churchill, il governo locale sembra tentato di avviare subito negoziati bilaterali. Ma voci autorevoli, forti anche dei moniti emersi dall’inchiesta sul disastro finanziario di Muskrat Falls, mettono in guardia: l’urgenza non è strategia, è la stessa miopia che per oltre cinquant’anni ha penalizzato la provincia. Solo quando il mercato energetico regionale, la domanda e il contesto geopolitico saranno allineati a favore di Terranova si dovrà sedere al tavolo, possibilmente con una platea di acquirenti più ampia del solo Québec.

Questi quattro scenari, pur distanti per geografia e tecnologia, compongono un mosaico che interroga direttamente anche l’Italia e l’Europa. Il dibattito italiano sulla TAV, le incertezze sul ritorno al nucleare, i piani di stoccaggio energetico e le interconnessioni transfrontaliere si nutrono delle stesse tensioni: quanto debito pubblico siamo disposti a ipotecare per infrastrutture che potrebbero rivelarsi superflue o insostenibili? La risposta, suggeriscono gli analisti di Bruxelles, non sta nell’immobilismo ma in una valutazione trasparente e plurale dei costi-benefici, capace di resistere alle sirene del consenso immediato e di guardare al lungo periodo senza trasformare ogni grande opera in un atto di fede.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 1 lingue

0%
TonoTemperaturaFocusPosizionamentoOrizzonte
Stampa atlantica / anglosferaStampa europea continentale
Stampa atlantica / anglosfera/ economica
scetticismoallarmeironia

Il progetto ferroviario ad alta velocità da 90 miliardi di dollari viene dipinto come una fossa finanziaria che sta già crollando su se stessa. I partiti separatisti del Quebec colgono l'occasione per denunciare i costi opportunità e smascherare le motivazioni di 'costruzione nazionale' del governo liberale. L'iniziativa è presentata come un azzardo fiscale politicamente motivato, privo di reale giustificazione economica.

Stampa europea continentale
scetticismopragmatismo

Grandi progetti infrastrutturali finanziati dallo Stato, come l'alta velocità ferroviaria, rischiano di trasformarsi in voragini finanziarie dai costi finali incerti e benefici dubbi. Analogamente alle centrali di riserva che potrebbero non servire mai o al nucleare che richiede sussidi infiniti, queste imprese gravano sui contribuenti e distolgono da soluzioni più pragmatiche. Lo scetticismo verso piani faraonici è più che giustificato.

Articoli correlati

Leggi di più
Ultim'ora
Apple aumenta i prezzi e guarda a Intel: la memoria rara ridisegna il mercato degli smartphone·La nave cinese sfida Taiwan: rilevamenti a est dell’isola mentre Washington ridispiega nel Pacifico·Il paradosso dell’auto globale: piccole elettriche cancellate, maxi SUV inarrestabili·Iran minaccia una “risposta schiacciante” se gli USA violano il memorandum·FP1 Moto3 a Brno: Danish il più veloce, Veda Ega arranca in 22ª posizione·Dopo l’attacco di Hezbollah, i ministri israeliani invocano la distruzione del Libano·Libano in fiamme dopo l’intesa USA-Iran: 18 morti e negoziati rinviati·Minori e donne vittime di violenza: una cronaca da tre continenti·Apple aumenta i prezzi e guarda a Intel: la memoria rara ridisegna il mercato degli smartphone·La nave cinese sfida Taiwan: rilevamenti a est dell’isola mentre Washington ridispiega nel Pacifico·Il paradosso dell’auto globale: piccole elettriche cancellate, maxi SUV inarrestabili·Iran minaccia una “risposta schiacciante” se gli USA violano il memorandum·FP1 Moto3 a Brno: Danish il più veloce, Veda Ega arranca in 22ª posizione·Dopo l’attacco di Hezbollah, i ministri israeliani invocano la distruzione del Libano·Libano in fiamme dopo l’intesa USA-Iran: 18 morti e negoziati rinviati·Minori e donne vittime di violenza: una cronaca da tre continenti·
Agg. 02:551 lingua · 3 testate
3 testate|1 lingua|4 min lettura
venerdì 12 giugno 2026

Grandi opere, grandi dubbi: la tentazione dei mega-progetti pubblici

Dall’alta velocità canadese alle centrali nucleari svedesi, passando per la Svizzera e il Labrador, i governi scommettono miliardi su infrastrutture dai rendimenti incerti e dai costi incontrollabili.

Il dibattito sulle grandi infrastrutture sta assumendo, in diverse democrazie occidentali, i contorni di un paradosso ricorrente: progetti nati sotto la bandiera della modernizzazione e della sicurezza energetica si trasformano spesso in voragini finanziarie, contestate non solo dall’opposizione ma anche da attori insospettabili. È il caso del Canada, dove il governo federale liberale accarezza l’idea di una linea ferroviaria ad alta velocità tra Toronto e Québec City, un’opera dal costo stimato – forse in modo ottimistico – intorno ai 90 miliardi di dollari canadesi, ma che secondo i partiti indipendentisti del Québec potrebbe lievitare fino a 200 miliardi. A sollevare obiezioni non sono soltanto i conti: il leader del Parti Québécois, Paul St-Pierre Plamondon, ha denunciato il progetto come uno strumento di «nation building» canadese, un’operazione identitaria prima ancora che trasportistica, che distrarrebbe risorse preziose da priorità più urgenti. Un argomento, quello del costo-opportunità, che risuona ben oltre i confini nordamericani.

In Svizzera, il Consiglio federale ha proposto di investire 2,3 miliardi di franchi nella costruzione di quattro centrali elettriche di riserva, concepite per funzionare solo in caso di grave penuria energetica. L’idea è quella di una polizza assicurativa nazionale: nella migliore delle ipotesi, questi impianti non entreranno mai in produzione, limitando i costi operativi ma lasciando in eredità un capitale immobilizzato. La stima della spesa resta peraltro avvolta nell’incertezza, perché un’eventuale attivazione prolungata farebbe lievitare i costi in modo imprevedibile. La mossa di Berna riflette un’ansia condivisa da molti esecutivi europei dopo le crisi degli ultimi anni, ma solleva una domanda scomoda: ha senso vincolare miliardi per un’emergenza ipotetica quando la transizione verso fonti rinnovabili richiederebbe investimenti strutturali immediati?

La Svezia offre un controcanto altrettanto istruttivo. Il governo di Stoccolma ha rilanciato il nucleare come pilastro della futura sicurezza energetica, puntando anche sui reattori modulari di piccola taglia (SMR), ancora però confinati sulla carta. La realtà industriale è più fredda: nessuna impresa è disposta a investire capitali propri senza garanzie statali maggioritarie, come dimostra il caso di Vattenfall per il sito di Ringhals. Nel frattempo, sei reattori più vecchi sono stati spenti dopo Fukushima, facendo salire i costi di gestione e smantellamento. E sul capitolo scorie, il governo vorrebbe accollarsi la responsabilità per i primi 125 anni, lasciando aperto l’interrogativo su chi vigilerà sulle scorie radioattive per i millenni successivi. Anche qui, il confine tra strategia energetica e scommessa finanziaria si fa labile.

La provincia canadese di Terranova e Labrador offre infine una lezione di pazienza strategica. In vista della scadenza, nel 2041, del contratto idroelettrico con il Québec per lo sfruttamento del fiume Churchill, il governo locale sembra tentato di avviare subito negoziati bilaterali. Ma voci autorevoli, forti anche dei moniti emersi dall’inchiesta sul disastro finanziario di Muskrat Falls, mettono in guardia: l’urgenza non è strategia, è la stessa miopia che per oltre cinquant’anni ha penalizzato la provincia. Solo quando il mercato energetico regionale, la domanda e il contesto geopolitico saranno allineati a favore di Terranova si dovrà sedere al tavolo, possibilmente con una platea di acquirenti più ampia del solo Québec.

Questi quattro scenari, pur distanti per geografia e tecnologia, compongono un mosaico che interroga direttamente anche l’Italia e l’Europa. Il dibattito italiano sulla TAV, le incertezze sul ritorno al nucleare, i piani di stoccaggio energetico e le interconnessioni transfrontaliere si nutrono delle stesse tensioni: quanto debito pubblico siamo disposti a ipotecare per infrastrutture che potrebbero rivelarsi superflue o insostenibili? La risposta, suggeriscono gli analisti di Bruxelles, non sta nell’immobilismo ma in una valutazione trasparente e plurale dei costi-benefici, capace di resistere alle sirene del consenso immediato e di guardare al lungo periodo senza trasformare ogni grande opera in un atto di fede.

Divergenza delle fonti

Economia e Mercati · 3 testate · 1 lingua

0%Bassa

Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

Come si dividono

Critico100%

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 1 lingue

TonoTemperaturaFocusPosizionamentoOrizzonte
Stampa atlantica / anglosferaStampa europea continentale
Stampa atlantica / anglosfera/ economica
scetticismoallarmeironia

Il progetto ferroviario ad alta velocità da 90 miliardi di dollari viene dipinto come una fossa finanziaria che sta già crollando su se stessa. I partiti separatisti del Quebec colgono l'occasione per denunciare i costi opportunità e smascherare le motivazioni di 'costruzione nazionale' del governo liberale. L'iniziativa è presentata come un azzardo fiscale politicamente motivato, privo di reale giustificazione economica.

Stampa europea continentale
scetticismopragmatismo

Grandi progetti infrastrutturali finanziati dallo Stato, come l'alta velocità ferroviaria, rischiano di trasformarsi in voragini finanziarie dai costi finali incerti e benefici dubbi. Analogamente alle centrali di riserva che potrebbero non servire mai o al nucleare che richiede sussidi infiniti, queste imprese gravano sui contribuenti e distolgono da soluzioni più pragmatiche. Lo scetticismo verso piani faraonici è più che giustificato.

Questa notizia è apparsa su

3 testate · 1 lingua

Articoli correlati

Sport

Trionfo storico del Canada, ma la frattura di Koné gela Vancouver

12 lingue · 78 testate

Sport

Mondiale 2026: il Messico è la prima squadra a qualificarsi, Corea del Sud punita da un errore del portiere

10 lingue · 44 testate

Geopolitica e Politica

Saltano i colloqui Usa-Iran in Svizzera, Teheran subordina i negoziati alla tregua in Libano

8 lingue · 30 testate

Leggi di più