
Italia traina l’occupazione Ue, ma i modelli di crescita divergono
Il dato Eurostat premia l’Italia per il maggior incremento trimestrale di posti di lavoro, mentre la Spagna registra un boom di assunzioni legato alla regolarizzazione degli immigrati.
L’Italia ha registrato nel primo trimestre del 2026 il più alto incremento occupazionale dell’Unione europea, con un balzo di 0,5 punti percentuali che ha portato il tasso di disoccupazione al minimo storico del 5,3% e quello di occupazione al 62,7%. Eurostat conferma un’accelerazione che distanzia nettamente la media comunitaria, ferma a un +0,1% per la fascia 20-64 anni, salita al 76,3%. L’esponente di Forza Italia Maurizio Casasco rivendica il merito di questa performance, attribuendola alla stabilità politica e a un pacchetto di misure – dal credito d’imposta del 5% sui rinnovi contrattuali agli incentivi per Industria 4.0 e 5.0, fino all’Ires premiale – che avrebbero rivitalizzato produttività e retribuzioni, con aumenti medi del 3,1%.
A Madrid, nel frattempo, il mercato del lavoro batte altri primati. A maggio 2026 gli affiliati stranieri hanno raggiunto quota 3,36 milioni, con un balzo mensile di oltre 111mila unità e una crescita che viaggia a un ritmo quattro volte superiore a quello dell’occupazione complessiva. Oggi il 15% dei posti di lavoro in Spagna è coperto da immigrati, un’espansione accelerata dal processo di regolarizzazione di massa avviato dal governo Sánchez ad aprile. Se l’Italia scommette su produttività e incentivi interni, la Spagna punta sull’apporto demografico esterno per sostenere la domanda di lavoro, delineando due modelli di sviluppo per certi versi opposti.
Nel quadro europeo, il recupero resta graduale ma disomogeneo. L’indicatore di “labour market slack”, che include disoccupati e lavoratori potenziali insoddisfatti, è sceso al 10,9% nell’Ue, in calo di un decimo di punto. Accanto all’Italia, anche Belgio, Cipro, Lituania, Slovacchia e Svezia hanno guadagnato 0,4 punti di occupazione, ma nessuno ha eguagliato il passo italiano. Secondo gli analisti di Bruxelles, tuttavia, la rincorsa presenta fragilità: la produttività industriale, pur in ripresa congiunturale (+0,5% ad aprile), resta volatile, e gli aumenti salariali potrebbero essere riassorbiti dall’inflazione senza guadagni di efficienza duraturi.
Il nodo demografico resta dirimente. L’Italia, nonostante i progressi, ha ancora ampi margini tra donne e giovani; senza un ricambio generazionale e politiche migratorie più strutturate, la crescita rischia di arenarsi. La Spagna, al contrario, sta già sperimentando gli effetti di un’apertura decisa, che solleva però interrogativi sull’integrazione e sulla qualità dell’occupazione creata. Il confronto tra questi approcci sarà uno dei banchi di prova per l’Europa, chiamata a conciliare rigore fiscale e coesione sociale in una fase di trasformazione del lavoro.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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I media del Mediterraneo europeo dipingono un quadro contrastante del lavoro: da un lato esaltano i successi del governo italiano, dall'altro lanciano allarmi sull'occupazione degli immigrati in Spagna, spesso con toni che mescolano orgoglio nazionale e timori demografici.
I media del Golfo riferiscono in modo asciutto gli ultimi dati Eurostat sull'occupazione europea, senza commenti politici, sottolineando il modesto aumento al 76,3% e le differenze tra Stati membri.
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