
Ebola in Congo: superati i 1.800 casi, primo contagio di un cittadino statunitense
Il ceppo Bundibugyo, privo di vaccino e terapia approvati, ha già causato 648 morti e si è esteso a quattro province congolesi e all’Uganda, mentre Medici Senza Frontiere addestra personale in Kenya.
Un operatore umanitario statunitense in servizio nella Repubblica Democratica del Congo è risultato positivo al virus Ebola, ha annunciato il CDC di Atlanta, mentre il focolaio si allarga alla provincia nord-orientale dell’Haut-Uele, portando a quattro le regioni colpite. I casi confermati hanno raggiunto quota 1.830, con 648 decessi e un tasso di letalità del 34,1%, secondo i dati diffusi dal Ministero della Sanità congolese. Dichiarata ufficialmente il 15 maggio nella provincia dell’Ituri, l’epidemia è già la terza più grave mai registrata e la diciassettesima che colpisce il Paese.
A caratterizzare questa emergenza è il raro ceppo Bundibugyo, per il quale – a differenza del più noto Zaire – non esistono vaccini né terapie approvate. La letalità oscilla tra il 30 e il 50 per cento. Solo la scorsa settimana sono iniziate le prime sperimentazioni cliniche su possibili trattamenti, in un contesto reso estremamente fragile da un cronico sotto-finanziamento, dagli attacchi ai centri sanitari e dal conflitto armato che devasta le province orientali. Il tracciamento dei contatti, pur salito al 78,6%, resta ostacolato dalla diffidenza delle comunità e dalla disinformazione.
Sul fronte internazionale, il CDC collabora con le autorità locali e le agenzie statunitensi per identificare i contatti del connazionale contagiato. Un precedente caso di medico americano era stato trasferito in Germania, mentre un progetto dell’amministrazione statunitense per un centro di quarantena in Kenya è stato sospeso per ordine di un tribunale di Nairobi. Parallelamente, Medici Senza Frontiere ha allestito alle porte della capitale keniana un centro di simulazione ad alta fedeltà, dove ogni mese circa cento operatori – medici, infermieri, personale comunitario – vengono addestrati all’uso dei dispositivi di protezione, alla gestione dei funerali sicuri e al dialogo con le popolazioni spaventate dall’irruzione di tute bianche nei villaggi.
L’epidemia ha già varcato il confine con l’Uganda, dove si contano 20 contagi, 15 dei quali importati dalla RDC, e due decessi. Le autorità africane parlano del focolaio a più rapida crescita mai documentato nel continente. La risposta sanitaria si regge su un coordinamento nazionale rafforzato e su una mobilitazione comunitaria che, secondo gli operatori sul campo, resta la chiave per arginare la trasmissione. Il prossimo banco di prova saranno i risultati preliminari delle sperimentazioni cliniche avviate nei centri di trattamento, mentre la comunità internazionale è chiamata a colmare il deficit di fondi che rischia di compromettere la sorveglianza epidemiologica.
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Gli Stati Uniti coordinano una risposta per proteggere il proprio cittadino e contribuire al contenimento.
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