
Il tarifaço su Lula: dazi al 25% e interferenza elettorale
Con l’entrata in vigore il 22 luglio, le nuove tariffe americane fanno del Brasile il secondo paese più colpito dopo la Cina, mentre Brasilia denuncia un’ingerenza politica nella corsa presidenziale.
L’annuncio di una sovrattassa del 25% sulle esportazioni brasiliane, che scatterà il 22 luglio, ridisegna la mappa del commercio globale e porta la tariffa effettiva media sui prodotti del Paese sudamericano dal 11,7% al 18,2%. Secondo i calcoli del Global Trade Alert, il Brasile diventa così il secondo mercato più penalizzato dall’amministrazione Trump, subito dopo la Cina. La misura, basata sulla Sezione 301 della legge commerciale statunitense, colpisce circa quattromila voci doganali – dai semilavorati siderurgici ai macchinari, dai calzaturi alla cellulosa – e interessa il 18% delle vendite brasiliane verso gli Stati Uniti, con ricadute già visibili in venti dei ventisette Stati federati.
Dietro le giustificazioni tecniche – pratiche commerciali giudicate sleali, dalla deforestazione illegale alla sovrapproduzione di etanolo – fonti governative a Brasilia e analisti sudamericani leggono un disegno politico. Il segretario di Stato Marco Rubio ha accusato il presidente Lula di non aver negoziato “in buona fede” e di aver anteposto “il proprio ego” a un accordo. Agli occhi del Planalto, la tempistica non è casuale: a meno di tre mesi dalle elezioni presidenziali del 4 ottobre, Washington avrebbe chiesto in cambio di uno sconto sui dazi concessioni radicali – azzeramento delle tariffe su beni industriali, chimica, aerospazio e auto, oltre a restrizioni agli investimenti cinesi nei minerali critici – che il governo brasiliano ha giudicato inaccettabili. La richiesta di limitare la presenza di Pechino nelle terre rare, di cui il Brasile possiede le seconde riserve mondiali, è stata respinta in nome della “universalità degli investimenti”.
L’impatto politico interno è duplice. Da un lato, l’opposizione guidata dal senatore Flávio Bolsonaro – che ha incontrato Trump alla Casa Bianca e la cui famiglia è accusata da Itamaraty di aver collaborato alla stesura dei dazi – tenta di addossare la responsabilità a Lula. Dall’altro, i sondaggi mostrano che l’aggressività di Washington sta compattando l’elettorato attorno al presidente uscente: la popolarità di Lula è risalita al 48%, con un vantaggio di otto punti in un eventuale ballottaggio, trainata anche da programmi di alleggerimento del debito e dall’esenzione fiscale per i redditi medio-bassi. Più della metà dei brasiliani, secondo le rilevazioni, attribuisce proprio ai Bolsonaro la responsabilità del “tarifaço”.
Per l’Europa e l’Italia, l’escalation conferma la tendenza a un uso politico dei dazi che frammenta le catene globali del valore. Sebbene il surplus commerciale statunitense con il Brasile superi i 41 miliardi di dollari, la nuova stretta rischia di spingere Brasilia verso la Cina, già primo partner commerciale con quasi 100 miliardi di export nel 2025. Tuttavia, gli esperti di commercio internazionale avvertono che la sostituzione dei mercati sarà solo parziale: la domanda cinese è concentrata su soia, petrolio e minerali, mentre i manufatti colpiti dai dazi trovano sbocchi limitati in Asia. La prossima scadenza da monitorare è il 25 luglio, quando scadranno le tariffe globali del 10% imposte con la Sezione 122, modificando temporaneamente il carico fiscale complessivo. Ma la vera partita si giocherà alle urne brasiliane di ottobre, con Washington che, secondo fonti di Brasilia, non riaprirà alcun negoziato prima del voto.
| Stampa latinoamericana | −0.70 | critical |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | −0.60 | critical |
Funzionari e analisti brasiliani parlano, ritraendo i dazi come un'arma politica deliberata contro il governo Lula, allineandosi alla narrativa dell'interferenza statunitense.
Collegando ripetutamente la tariffa alle imminenti elezioni e sottolineando le richieste di concessioni degli USA, il blocco costruisce una narrazione di vittimizzazione e pressione ingiusta, facendo apparire la mossa di Trump come puramente motivata politicamente.
Analisti e commentatori europei parlano, presentando la tariffa come una mossa calcolata per influenzare le elezioni brasiliane, allineandosi a una narrativa di eccesso imperiale statunitense.
Etichettando la tariffa come 'arancelazo' e collegandola a una storia di intervento statunitense, il blocco universalizza l'atto come parte di un modello coerente, rendendo il motivo politico apparentemente evidente.
Il blocco omette le conseguenze economiche settoriali della tariffa sulle industrie brasiliane come zucchero e manifattura, nonché le specifiche richieste di concessioni degli USA, dettagliate nella stampa latinoamericana.
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