
Diciannove Stati UE spingono per hub di rimpatrio fuori dai confini
Al vertice di Bruxelles una lettera promossa da Italia e Danimarca chiede attuazione rapida delle nuove norme sui rimpatri e centri in paesi terzi, mentre si consuma lo scontro Meloni-Sánchez.
Al Consiglio europeo in corso a Bruxelles diciannove Stati membri – tra cui l’Italia, la Danimarca, la Svezia e i Paesi Bassi – hanno sottoscritto una lettera che sollecita l’attuazione immediata del nuovo regolamento sui rimpatri e la creazione di «hub di ritorno» in paesi terzi, strutture destinate ad accogliere i migranti irregolari che non possono essere rinviati nei paesi d’origine. Il documento, promosso dalla premier danese Mette Frederiksen e dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, è stato presentato a margine della seconda giornata del vertice e non porta la firma di Germania, Francia e Spagna.
Nel testo i firmatari invitano gli Stati disponibili a «perseguire tali soluzioni e a collaborare con potenziali partner», e chiedono alla Commissione europea di sostenere attivamente questi sforzi. Viene citata come modello già operativo la cooperazione tra Italia e Albania, sebbene l’efficacia dei centri di Gjader e Shengjin resti ancora da verificare. La lettera arriva dopo che il Parlamento europeo ha approvato a larga maggioranza – 418 voti favorevoli – il progetto legislativo che apre la strada ai centri di rimpatrio esterni, e mentre il Patto su migrazione e asilo è entrato in piena applicazione il 12 giugno.
La spinta del gruppo dei diciannove ha innescato un confronto diretto durante la cena dei leader. Secondo fonti del vertice, il premier spagnolo Pedro Sánchez ha contestato l’impostazione restrittiva, difendendo un modello più orientato alla regolarizzazione e all’integrazione. Meloni è intervenuta subito dopo Frederiksen per ribadire la necessità di strumenti comuni più incisivi e ha criticato la decisione di Madrid di regolarizzare circa mezzo milione di migranti irregolari, osservando che in uno spazio senza frontiere interne come Schengen le politiche nazionali producono effetti sistemici su tutti i vicini. La Commissione europea, da parte sua, ha sottolineato in una lettera della presidente Ursula von der Leyen il ruolo centrale della cooperazione con paesi terzi, indicando il Marocco come partner strategico su gestione delle frontiere, lotta al traffico di esseri umani e percorsi legali di mobilità.
Il dossier resta aperto su più tavoli. La Commissione ha annunciato che in autunno presenterà una proposta per digitalizzare la gestione dei fascicoli di rimpatrio e riammissione, e un’altra per aggiornare il mandato di Frontex, conferendole un ruolo più incisivo nelle operazioni di ritorno. Parallelamente Bruxelles sta mettendo a punto un regime di sanzioni contro i trafficanti. La lettera dei diciannove leader chiede di «mostrare risultati concreti che facciano la differenza per i nostri cittadini» e di smantellare il modello di affari dei trafficanti. Il negoziato politico, tuttavia, evidenzia una frattura crescente tra l’asse favorevole a soluzioni esterne e rimpatri accelerati e i paesi che restano ancorati a un approccio fondato sull’integrazione. La presidenza danese spinge perché il tema migratorio torni stabilmente al centro dell’agenda del Consiglio europeo, mentre l’attuazione effettiva degli hub dipenderà dalla disponibilità di Stati membri e paesi terzi a siglare accordi operativi.
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Diciannove Stati membri, con Italia e Danimarca in testa, spingono per creare rapidamente hub di rimpatrio fuori dai confini UE, sfruttando le nuove norme più severe appena concordate. L'iniziativa ha però acceso uno scontro tra Meloni e Sánchez, con il premier spagnolo che respinge regole troppo rigide. I promotori insistono che soluzioni in paesi terzi sono indispensabili per una gestione efficace dei flussi.
Più della metà degli Stati membri dell'UE preme per la creazione rapida di centri di accoglienza per migranti in paesi terzi, secondo una lettera congiunta guidata da Italia e Danimarca. L'iniziativa mira a esternalizzare la gestione dei flussi e ad accelerare i rimpatri di chi non ha diritto di soggiorno. La proposta riflette un crescente consenso sulle soluzioni in paesi terzi come pilastro della nuova strategia migratoria del blocco.
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