
Dai geni della longevità alle voglie di piccante: la biologia riscrive i confini tra corpo e mente
Una variante rara del gene CGAS, individuata in famiglie longeve, riduce l'infiammazione cronica e posticipa le malattie; intanto la genetica del gusto e le neuroscienze spiegano perché amiamo il piccante o ci tocchiamo la pelle senza accorgercene.
Al congresso della European Society of Human Genetics a Göteborg, un gruppo del Leiden University Medical Center ha presentato l'identificazione di una rara variante del gene CGAS, associata a una maggiore durata della vita in salute. Analizzando 212 gruppi familiari di fratelli longevi, i ricercatori olandesi hanno isolato dodici varianti genetiche in grado di modificare proteine dell'invecchiamento; tra queste, quella legata a CGAS sembra ridurre la risposta infiammatoria cronica senza compromettere le difese contro le infezioni. I portatori della variante possiedono una sola copia pienamente funzionante del gene, il che attenua l'infiammazione silenziosa che accelera le malattie cardiometaboliche: nei familiari di mezza età dei longevi, queste patologie compaiono in media tredici anni più tardi rispetto ai coetanei senza genitori longevi. Lo studio, ancora in fase di validazione su modelli animali (killifish), suggerisce che la longevità in salute si trasmette tra generazioni attraverso meccanismi biologici precisi, non per caso.
Parallelamente, la neurologia dei 'superager' — ottantenni con memoria da cinquantenni — sta offrendo un altro tassello. La neuroscienziata Emily Rogalski dell'Università di Chicago ha mostrato che questi individui possiedono una corteccia cerebrale e un ippocampo più voluminosi, e nel cingolo anteriore contano da quattro a cinque volte più neuroni della media. Le autopsie rivelano minori accumuli di proteina tau, ma anche un dato sorprendente: alcuni superager presentano nel cervello i segni patologici dell'Alzheimer senza aver mai manifestato declino cognitivo. Una resilienza che, secondo i ricercatori statunitensi, potrebbe condividere radici con i meccanismi antinfiammatori osservati nei longevi olandesi.
Se la longevità ha basi genetiche, anche le scelte alimentari quotidiane non sono solo questione di volontà. Uno studio dell'Università del Queensland su oltre 160mila adulti della UK Biobank ha mappato 325 geni del gusto e dell'olfatto, collegandoli alle preferenze per 140 alimenti: chi ama il sapore e l'aroma della cipolla, per esempio, mostra un rischio inferiore di ipertensione e diabete di tipo 2. Al contempo, la psicologia sperimentale americana rileva che i consumatori abituali di cibo piccante ottengono punteggi più alti nelle scale di sensation-seeking, una ricerca di novità e intensità che trasforma il bruciore della capsaicina in un'esperienza piacevole grazie al rilascio di endorfine. E mentre il 14% degli adulti statunitensi soddisfa i criteri della Yale Food Addiction Scale per la dipendenza da ultra-processati — formulazioni progettate per colpire i circuiti neurali della ricompensa —, la genetica del gusto potrebbe un giorno guidare strategie nutrizionali personalizzate anche in Europa, dove il consumo di cibi industriali è in crescita.
Il filo biologico si estende ai gesti che compiamo senza pensarci. Psichiatri indiani come Rahul Chandhok spiegano che mangiarsi le unghie o stuzzicarsi la pelle durante una conversazione importante non è mancanza di volontà, ma un automatismo appreso: il cervello associa quei movimenti a sollievo dallo stress o concentrazione, e li esegue in modalità 'pilota automatico' quando l'attenzione è altrove. Allo stesso modo, distogliere lo sguardo mentre si parla — spesso scambiato per timidezza — è in realtà una strategia multifunzionale: secondo gli psicologi britannici Michael Argyle e Mark Cook, serve a elaborare informazioni complesse, regolare l'intensità emotiva o cedere il turno di parola, e può accentuarsi in condizioni di ansia sociale o nello spettro autistico.
Questa convergenza tra genetica, neuroscienze e psicologia non deve però alimentare facili entusiasmi sull'immortalità. Il demografo Saul Newman dell'Università di Oxford ha lanciato un allarme metodologico: molte delle età estreme registrate tra i supercentenari sono viziate da errori anagrafici, frodi pensionistiche o scambi d'identità, e gli orologi epigenetici con cui si misura l'invecchiamento biologico sono tarati proprio su quei documenti inaffidabili. Senza una validazione incrociata con metodi fisici come la datazione al radiocarbonio, avverte Newman, il 'soffitto biologico' dell'esistenza umana resta una stima fragile. Il prossimo passo, dunque, non è solo decifrare i geni della longevità, ma costruire un sistema di misura che separi i veri ultra-longevi dagli artefatti burocratici.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Una rara variante del gene CGAS è stata associata a una maggiore longevità in salute, ritardando le malattie croniche e riducendo l'infiammazione legata all'invecchiamento. Lo studio, condotto su famiglie con più membri longevi, suggerisce che l'analisi genetica familiare possa svelare i segreti di un invecchiamento sano.
Le affermazioni di età estreme, come quelle dei supercentenari, potrebbero basarsi su dati inaffidabili e documenti imprecisi. Mentre si discute se esista un limite biologico alla vita umana, l'attenzione si sposta sulla necessità di verificare le fonti e comprendere i fattori genetici di un invecchiamento sano.
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