
Stato d’emergenza in Bolivia: Paz mobilita l’esercito dopo l’intesa parziale con il sindacato
Nonostante l’accordo con la Centrale Operaia Boliviana, i blocchi stradali proseguono e il presidente dispiega le forze armate per ripristinare la circolazione, mentre i gruppi vicini a Morales rifiutano il compromesso.
Il presidente boliviano Rodrigo Paz ha decretato sabato 20 giugno lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale, dopo oltre cinquanta giorni di proteste e blocchi stradali che hanno paralizzato l’economia e causato carenze di cibo, carburante e medicinali in ampie aree del Paese. La decisione, annunciata in un messaggio televisivo, consentirà il dispiegamento delle forze armate per rimuovere i blocchi e ripristinare l’ordine, e arriva poche ore dopo la firma di un accordo con la Centrale Operaia Boliviana (COB), che ha annunciato la fine delle misure di pressione. Tuttavia, le associazioni rurali e i sindacati dei contadini fedeli all’ex presidente Evo Morales non hanno aderito all’intesa e mantengono attivi una cinquantina di sbarramenti, in particolare nella regione di Cochabamba.
Secondo fonti governative, il dialogo con la COB ha permesso di isolare le frange che utilizzano la violenza per destabilizzare le istituzioni democratiche. Il presidente Paz ha dichiarato di aver esaurito ogni via negoziale, distinguendo tra rivendicazioni legittime e tentativi di colpo di Stato che attribuisce a settori legati al narcoterrorismo. Dal canto suo, il leader della COB Mario Argollo ha esortato i manifestanti a rispettare la pacificazione, ma i dirigenti della Federazione Túpac Katari e dei coltivatori di coca del Chapare – roccaforte di Morales – accusano il sindacato di tradimento e annunciano un inasprimento dei blocchi, chiedendo amnistia per i detenuti, congelamento dei debiti e l’abrogazione di sei decreti governativi.
La dichiarazione dello stato di eccezione, che secondo la Costituzione boliviana dovrà essere sottoposta entro 24 ore al Congresso – il quale ha 72 ore per approvarla o respingerla – autorizza la polizia e le forze armate a ripristinare la libera circolazione e garantire la sicurezza della popolazione. I danni economici provocati dai blocchi, che hanno isolato La Paz e El Alto interrompendo le principali vie di approvvigionamento, sono stimati dal governo in oltre 1,2 miliardi di dollari, mentre fonti industriali parlano di perdite fino a 2,7 miliardi. Secondo osservatori regionali, l’escalation della crisi ha già causato almeno quindici decessi, in gran parte dovuti all’impossibilità di ricevere cure mediche sulle strade bloccate.
La crisi ebbe inizio all’inizio di maggio, quando il governo di centro-destra di Paz – insediatosi sette mesi fa dopo vent’anni di governi socialisti – tagliò bruscamente i sussidi ai carburanti nel tentativo di ridurre il deficit fiscale, in un contesto di grave scarsità di dollari e di negoziati con il Fondo Monetario Internazionale. Nonostante il successivo dietrofront su alcune riforme agrarie e misure per stabilizzare i prezzi, le proteste hanno assunto una dimensione politica, alimentate dal malcontento per l’inflazione, la mancanza di carburante e la richiesta di dimissioni del presidente. Secondo analisti vicini all’opposizione, l’ex presidente Morales – rifugiatosi all’estero mentre affronta accuse di traffico di minori – ha utilizzato la propria influenza per radicalizzare la mobilitazione e destabilizzare l’esecutivo.
Le prossime tappe includono la valutazione del Congresso sullo stato d’emergenza e l’avvio, il 24 giugno, dei tavoli tecnici tra governo e COB per dare seguito all’accordo. Resta tuttavia incerta la risposta delle federazioni contadine che rifiutano il compromesso: i loro rappresentanti si riuniranno nel fine settimana per decidere se accettare la trattativa o proseguire la protesta. Nel frattempo, i militari presidiano ponti e piazze a Cochabamba e La Paz, in un clima che le diplomazie europee e latinoamericane seguono con preoccupazione per i possibili effetti sulla tenuta democratica della Bolivia.
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Nonostante l'accordo tra governo e sindacato dopo 50 giorni di proteste, la mobilitazione dei sostenitori di Morales continua, con gli agricoltori indigeni che inaspriscono le azioni e l'ex presidente che minaccia un esito violento se non si risolve con il voto. La crisi boliviana resta aperta.
Dopo sei settimane di proteste e blocchi stradali che hanno paralizzato la vita quotidiana, il governo boliviano e la principale confederazione sindacale hanno firmato un accordo per revocare le misure di pressione e riportare la calma. L'intesa rappresenta una soluzione pragmatica alla crisi immediata.
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