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Economia e Mercativenerdì 19 giugno 2026

Oro verso la terza perdita settimanale: dollaro forte e Fed falco dettano il passo

Il prezzo spot tocca i minimi da metà giugno, mentre il biglietto verde resta sui massimi annuali e la banca centrale americana segnala un possibile rialzo dei tassi a dicembre.

L’oro spot è scivolato venerdì fino a 4.121,95 dollari l’oncia, il livello più basso dall’11 giugno, incamminandosi verso la terza settimana consecutiva di ribassi. Il dollaro statunitense, che veleggia sui massimi da un anno, ha reso il metallo prezioso più oneroso per i detentori di altre valute, mentre i segnali di politica monetaria restrittiva provenienti dalla Federal Reserve hanno ulteriormente eroso l’attrattiva di un asset che non offre rendimenti.

A pesare è stato il nuovo corso della Fed sotto la presidenza di Kevin Warsh: nove dei diciannove membri del Fomc ritengono necessario un rialzo del tasso di riferimento entro la fine dell’anno, e i mercati scontano ora una probabilità dell’87% che la stretta arrivi a dicembre, in netto aumento rispetto al 61% precedente la riunione. Secondo gli analisti di KCM Trade, la ritrovata fermezza della banca centrale ha «neutralizzato la spinta geopolitica» che aveva brevemente sostenuto le quotazioni dopo l’annuncio dell’accordo di pace tra Stati Uniti e Iran.

L’intesa temporanea ha permesso il transito delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz e la revoca del blocco navale americano, ma i colloqui previsti in Svizzera sono stati annullati, alimentando incertezza sulla tenuta della tregua. Le pressioni inflazionistiche generate dal conflitto iraniano stanno intanto spingendo un numero crescente di banche centrali globali ad alzare il costo del denaro o a preannunciare manovre restrittive, rafforzando il dollaro e penalizzando l’oro.

Goldman Sachs ha rivisto al ribasso le stime per il metallo giallo, portandole a 4.900 dollari l’oncia entro dicembre dai precedenti 5.400, escludendo tagli dei tassi Fed quest’anno. Sul fronte fisico, la domanda in India è rimasta modesta e la Cina è passata a uno sconto rispetto ai prezzi internazionali. Anche argento, platino e palladio hanno registrato perdite settimanali. Per gli investitori europei, il rafforzamento del dollaro e l’eventuale rialzo dei tassi americani rappresentano un doppio canale di pressione: da un lato rendono più costoso l’approvvigionamento di materie prime quotate in dollari, dall’altro possono influenzare le decisioni della Bce, già alle prese con un’inflazione importata. Il prossimo appuntamento cruciale sarà la riunione di dicembre del Fomc, mentre i negoziati USA-Iran restano un fattore di volatilità latente.

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L'oro si avvia alla terza perdita settimanale consecutiva, appesantito da un dollaro ai massimi da un anno e dal tono restrittivo della Fed. La forza del biglietto verde rende il metallo più costoso per chi detiene altre valute, mentre le festività in Cina e Hong Kong hanno ridotto gli scambi. Anche argento, platino e palladio hanno registrato cali.

Stampa indiana e sudasiatica
AllarmeUrgenza

L'oro è in rotta per il terzo calo settimanale di fila, sotto la pressione di un dollaro forte e della linea dura della Federal Reserve. Nel frattempo, il transito delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz e un accordo provvisorio USA-Iran hanno allentato i timori sull'offerta, ma le pressioni inflazionistiche derivanti dalla guerra stanno diventando insostenibili per le banche centrali mondiali.

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venerdì 19 giugno 2026

Oro verso la terza perdita settimanale: dollaro forte e Fed falco dettano il passo

Il prezzo spot tocca i minimi da metà giugno, mentre il biglietto verde resta sui massimi annuali e la banca centrale americana segnala un possibile rialzo dei tassi a dicembre.

L’oro spot è scivolato venerdì fino a 4.121,95 dollari l’oncia, il livello più basso dall’11 giugno, incamminandosi verso la terza settimana consecutiva di ribassi. Il dollaro statunitense, che veleggia sui massimi da un anno, ha reso il metallo prezioso più oneroso per i detentori di altre valute, mentre i segnali di politica monetaria restrittiva provenienti dalla Federal Reserve hanno ulteriormente eroso l’attrattiva di un asset che non offre rendimenti.

A pesare è stato il nuovo corso della Fed sotto la presidenza di Kevin Warsh: nove dei diciannove membri del Fomc ritengono necessario un rialzo del tasso di riferimento entro la fine dell’anno, e i mercati scontano ora una probabilità dell’87% che la stretta arrivi a dicembre, in netto aumento rispetto al 61% precedente la riunione. Secondo gli analisti di KCM Trade, la ritrovata fermezza della banca centrale ha «neutralizzato la spinta geopolitica» che aveva brevemente sostenuto le quotazioni dopo l’annuncio dell’accordo di pace tra Stati Uniti e Iran.

L’intesa temporanea ha permesso il transito delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz e la revoca del blocco navale americano, ma i colloqui previsti in Svizzera sono stati annullati, alimentando incertezza sulla tenuta della tregua. Le pressioni inflazionistiche generate dal conflitto iraniano stanno intanto spingendo un numero crescente di banche centrali globali ad alzare il costo del denaro o a preannunciare manovre restrittive, rafforzando il dollaro e penalizzando l’oro.

Goldman Sachs ha rivisto al ribasso le stime per il metallo giallo, portandole a 4.900 dollari l’oncia entro dicembre dai precedenti 5.400, escludendo tagli dei tassi Fed quest’anno. Sul fronte fisico, la domanda in India è rimasta modesta e la Cina è passata a uno sconto rispetto ai prezzi internazionali. Anche argento, platino e palladio hanno registrato perdite settimanali. Per gli investitori europei, il rafforzamento del dollaro e l’eventuale rialzo dei tassi americani rappresentano un doppio canale di pressione: da un lato rendono più costoso l’approvvigionamento di materie prime quotate in dollari, dall’altro possono influenzare le decisioni della Bce, già alle prese con un’inflazione importata. Il prossimo appuntamento cruciale sarà la riunione di dicembre del Fomc, mentre i negoziati USA-Iran restano un fattore di volatilità latente.

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L'oro è in rotta per il terzo calo settimanale di fila, sotto la pressione di un dollaro forte e della linea dura della Federal Reserve. Nel frattempo, il transito delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz e un accordo provvisorio USA-Iran hanno allentato i timori sull'offerta, ma le pressioni inflazionistiche derivanti dalla guerra stanno diventando insostenibili per le banche centrali mondiali.

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