
Dazi USA al 25% sul Brasile: prima tessera di un nuovo protezionismo globale
Entrate in vigore le tariffe su circa tremila prodotti brasiliani, mentre Brasilia evita ritorsioni e stanzia 18,5 miliardi di real per le imprese colpite. La mossa rientra in una strategia più ampia di Washington per ricostruire le barriere commerciali dopo lo stop della Corte Suprema.
La nuova tariffa aggiuntiva del 25% imposta dagli Stati Uniti su una parte significativa delle importazioni brasiliane è entrata in vigore mercoledì, colpendo un volume di scambi stimato tra i sette e gli undici miliardi di dollari. L’elenco delle esenzioni – che include carne bovina, caffè, succo d’arancia, petrolio e componenti aeronautici – rivela un calcolo duplice: proteggere i consumatori americani da rincari immediati e concentrare la pressione sui settori in cui l’industria brasiliana compete direttamente con quella statunitense, come l’etanolo, lo zucchero, le calzature e la meccanica. Per il Brasile, che vede negli Stati Uniti il secondo mercato di sbocco, l’impatto è asimmetrico: lo stato di Santa Catarina, ad esempio, vede il 68% delle proprie esportazioni verso gli USA investito dalla misura.
La decisione scaturisce da un’indagine condotta ai sensi della Sezione 301 del Trade Act del 1974, lo stesso strumento giuridico che Washington sta riesumando per aggirare la sentenza della Corte Suprema che a febbraio aveva invalidato l’uso dei poteri d’emergenza per imporre dazi generalizzati. Secondo l’amministrazione Trump, le politiche brasiliane in materia di pagamenti digitali, regolazione delle piattaforme, accesso al mercato dell’etanolo e lotta alla deforestazione costituirebbero pratiche sleali. Da Brasilia e da diversi osservatori internazionali si replica che si tratta di un pretesto: il rapporto commerciale bilaterale è strutturalmente in surplus per gli Stati Uniti, e le accuse appaiono scollegate dalla realtà di un paese che, per esempio, è riconosciuto dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro come riferimento nella lotta al lavoro forzato. La concomitanza con la scadenza, il 24 luglio, del dazio globale temporaneo del 10% imposto dopo la sconfitta giudiziaria, suggerisce che il caso brasiliano rappresenti il primo tassello di un’architettura tariffaria più stabile e mirata, che potrebbe presto coinvolgere decine di altri partner commerciali con nuove imposte legate al lavoro forzato e alla sovraccapacità industriale.
La reazione del governo Lula ha subito una rapida evoluzione. Dopo un primo annuncio di ritorsioni immediate attraverso la Legge di Reciprocità approvata all’unanimità dal Congresso, il vicepresidente Geraldo Alckmin ha abbassato i toni, escludendo una logica di “occhio per occhio” e privilegiando il negoziato. In parallelo, l’esecutivo ha varato la terza fase del Plano Brasil Soberano, mobilitando 18,5 miliardi di real (circa 3,4 miliardi di euro) in linee di credito agevolato per le imprese colpite, estendendo per la prima volta il sostegno anche all’agroindustria e all’estrazione mineraria. La strategia punta a guadagnare tempo e a diversificare i mercati di sbocco, con un piano da 130 milioni di reali dell’Apex per rafforzare le esportazioni verso Unione Europea, ASEAN e Asia centrale. Sul piano politico interno, il dazio rischia di diventare un tema centrale nella campagna per le presidenziali di ottobre, con il campo progressista che lo dipinge come un’aggressione esterna e l’opposizione che potrebbe imputare all’esecutivo una gestione incerta.
Per l’Europa e l’Italia, la vicenda brasiliana non è un episodio isolato. Bruxelles ha già definito “ingiustificati” i dazi basati sulle accuse di lavoro forzato, che potrebbero colpire anche gli Stati membri. L’Italia, che intrattiene con il Brasile un interscambio di oltre otto miliardi di euro e con gli Stati Uniti un surplus commerciale strutturale, osserva con preoccupazione il moltiplicarsi dei fronti di tensione. Il prossimo snodo è atteso entro la settimana: la decisione di Washington sull’eventuale dazio aggiuntivo del 12,5% per il lavoro forzato, che potrebbe cumularsi con il 25% già in vigore, e la scadenza del dazio globale temporaneo, che aprirà la porta a nuove misure selettive. La traiettoria della politica commerciale americana, ora ancorata a basi giuridiche più solide, delinea uno scenario di frammentazione degli scambi che chiama l’Unione a una risposta coordinata, mentre le imprese italiane dovranno valutare con attenzione l’esposizione a catene del valore sempre più segmentate da barriere tariffarie.
| Stampa latinoamericana | −0.60 | critical |
|---|---|---|
| Stampa indiana e sudasiatica | 0.00 | neutral |
| Stampa sud-est asiatica | 0.00 | neutral |
| Stampa russa e CSI | +0.10 | neutral |
Brazil reacts with caution but does not bow. The 25% tariff is unfair and based on pretexts. The government studies reciprocity but without haste.
The Brazilian press builds a victim narrative by highlighting US accusations as unfounded while emphasizing the government's moderation, creating an image of a responsible country that does not give in to provocation.
Brazilian coverage omits the broader context of Trump's tariffs against other countries, which would reduce the perception that Brazil is a unique and unfair target.
La tariffa USA sul Brasile entra in vigore nell'ambito di una guerra commerciale più ampia. Il vicepresidente brasiliano chiede negoziati ed evita ritorsioni. Le esenzioni per manzo, caffè e parti di aeromobili limitano l'impatto, e circa metà delle esportazioni brasiliane rimangono esenti.
La tariffa USA sul Brasile entra in vigore nell'ambito di una guerra commerciale più ampia. Il vicepresidente brasiliano chiede negoziati ed evita ritorsioni. Le esenzioni per manzo, caffè e parti di aeromobili limitano l'impatto, e circa metà delle esportazioni brasiliane rimangono esenti.
Il Brasile dimostra saggezza rifiutando l'escalation. La diplomazia prevale. Il principio 'occhio per occhio' porta alla cecità.
Saggezza diplomatica: inquadrare la moderazione del Brasile come una scelta morale e strategica, appellandosi al buon senso e all'evitare l'escalation.
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