
La nuova partita africana: riscrivere i contratti minerari mentre la produzione crolla
Il Ghana vede la produzione di petrolio dimezzata in sei anni e il rinnovo della miniera d'oro di Tarkwa in bilico, mentre l'intero continente cerca di trattenere più valore dalle risorse.
La produzione di greggio del Ghana è scesa per il sesto anno consecutivo, passando da 71,44 milioni di barili nel 2019 a 37,30 milioni nel 2025, con una perdita di ricavi stimata in oltre 16,5 miliardi di dollari nello stesso periodo. Il dato, diffuso dall'Institute for Energy Security di Accra, non è un calo ciclico ma il risultato di giacimenti maturi, mancati accordi petroliferi dal 2018 e investimenti insufficienti. Parallelamente, il governo di Accra ha lasciato in sospeso il rinnovo della concessione della miniera d'oro di Tarkwa, gestita da Gold Fields, dichiarando che non sarà «business as usual» e alimentando il timore di un approccio più interventista nella riassegnazione delle licenze.
La vicenda di Tarkwa si inserisce in una tendenza più ampia. Diversi governi africani stanno rinegoziando i termini della presenza estrattiva straniera, spinti dalla domanda globale di minerali critici e dalla volontà di superare il modello «pit-to-port» che concentra la lavorazione e il valore aggiunto altrove. La Repubblica Democratica del Congo, che nel 2025 ha fornito il 74% della produzione mondiale di cobalto, sta spingendo per la raffinazione locale attraverso progetti come l'impianto multi-metallo di Buenassa nel Lualaba. In Zambia, KoBold Metals ha avviato il progetto di rame Mingomba da due miliardi di dollari, mentre l'analisi UNCTAD ha identificato centinaia di prodotti che potrebbero essere fabbricati localmente a partire dai minerali, creando migliaia di posti di lavoro.
Questa rinegoziazione del «patto minerario» africano avviene in un contesto di forte competizione globale per gli investimenti. Dalla Svezia, la leader del Partito di Centro Elisabeth Thand Ringqvist ha ricordato che le imprese investono per il prossimo decennio, non per il prossimo sondaggio, e che servono regole stabili, processi autorizzativi rapidi e certezza fiscale. In Africa, operatori indigeni come la nigeriana Oando, che ha acquisito asset onshore di Eni e punta a triplicare la produzione con una campagna di perforazione da 750 milioni di dollari, e Seplat Energy, che mira a 200.000 barili al giorno, stanno colmando il vuoto lasciato dalle major internazionali, ma devono fare i conti con quadri normativi che, secondo gli analisti di Bruxelles, restano imprevedibili.
Il prossimo banco di prova sarà il rinnovo della licenza di Tarkwa, atteso nei prossimi mesi. La decisione del governo ghanese indicherà se la rinegoziazione si tradurrà in maggiori impegni di investimento e contenuto locale, come chiesto anche dalle comunità minerarie di Prestea e Obuasi, o se l'incertezza allontanerà ulteriormente i capitali in un momento in cui la produzione petrolifera domestica continua a scendere, mettendo a rischio la sicurezza energetica e la stabilità fiscale del paese.
| Stampa europea continentale | −0.40 | critical |
|---|---|---|
| Stampa africana subsahariana | +0.20 | neutral |
| Stampa del Golfo arabo | +0.80 | aligned |
La Svezia deve agire più velocemente e garantire che gli investimenti giovino alle comunità locali, non solo alle multinazionali estere.
Riducendo la questione a un problema burocratico interno e a un potenziale sfruttamento da parte di aziende straniere, la narrazione legittima la richiesta di riforme e garanzie locali, escludendo il contesto globale.
Viene omessa la prospettiva africana sulla ridefinizione dei termini di accesso alle risorse strategiche, così come il ruolo della Svezia come attore nella competizione globale per i minerali critici.
L'Africa deve costruire economie produttive, non solo esportare materie prime; il vecchio accordo sulle materie prime non è più accettabile.
Richiamando lezioni storiche e il valore strategico dei minerali critici, la narrazione legittima le richieste dei governi africani di rinegoziazione e li posiziona come agenti proattivi.
Viene omessa la prospettiva svedese sulle difficoltà interne e il ruolo delle aziende svedesi in Africa, così come le critiche locali agli investimenti esteri.
L'Africa è aperta agli affari e il prossimo ciclo di investimenti minerari è già in corso; aziende e governi collaborano per sbloccare valore.
Concentrandosi su conferenze, accordi e piani di espansione, la narrazione crea un senso di slancio e inevitabilità, incoraggiando ulteriori investimenti.
Vengono omesse le voci critiche delle comunità locali in Svezia e le richieste di rinegoziazione dei governi africani che sfidano gli attuali termini di investimento, presentando un quadro armonioso.
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