
Dall'Argentina al Messico, i sistemi giudiziari alle prese con violenza di genere ed errori giudiziari
Una condanna milionaria per detenzione ingiusta a Buenos Aires, un femminicidio punito con 172 anni in Messico e due casi di uxoricidio negli Stati Uniti e in Australia delineano risposte statali divergenti.
La Provincia di Buenos Aires dovrà versare 126,8 milioni di pesos, più interessi, a Patricia Miriam Larroza, assolta in giudizio dopo oltre due anni di carcere preventivo con l’accusa di aver istigato l’omicidio del compagno. Secondo la sentenza della Camera d’Appello Civile e Commerciale di Mercedes, la detenzione fu «irragionevole e priva di fondamenti solidi», basata sulla dichiarazione di un testimone poi rivelatosi parte di un’organizzazione dedita a fabbricare cause penali false. Il risarcimento, che include 100 milioni per danno morale, è stato motivato anche dall’impossibilità per la donna di assistere un figlio affetto da idrocefalia durante la reclusione. La decisione, tredici anni dopo i fatti, segna per gli analisti giuridici argentini un precedente sulla responsabilità patrimoniale dello Stato per privazioni illegittime della libertà.
Sul fronte della violenza domestica, due casi recenti mostrano come le procure nordamericane e australiane stiano costruendo accuse fondate su elementi digitali e testimonianze indirette. A Bellevue, nello Stato di Washington, un ingegnere informatico originario del Telangana è stato arrestato per aver strangolato la moglie appena quattro mesi dopo le nozze. Secondo gli investigatori statunitensi, l’uomo avrebbe chiamato più volte una donna in India il giorno del decesso e le avrebbe inviato una foto del corpo, mentre la vittima aveva descritto ad amici un frullato dal sapore amaro preparatole dal marito. A Melbourne, un uomo trasferitosi da Singapore è accusato di aver accoltellato la compagna, madre di due bambini presenti in casa ma illesi. Le autorità australiane hanno disposto la custodia cautelare in attesa dell’udienza preliminare di novembre.
In Messico, la Procura dello Stato di Hidalgo ha ottenuto una condanna a 172 anni di reclusione per un ex agente della polizia municipale riconosciuto colpevole di femminicidio e omicidio plurimo. L’uomo, nel febbraio 2025, aveva aggredito con un’arma bianca la ex compagna, la madre e un fratello di lei, uccidendoli, e ferito altri due familiari. Secondo fonti della procura, la giovane aveva già denunciato atti persecutori da parte dell’ex poliziotto, senza che le autorità intervenissero. La pena esemplare, che supera i limiti costituzionali messicani ma viene comminata per accumulo di reati, riflette per gli osservatori di Città del Messico una strategia di deterrenza simbolica in un Paese con oltre dieci femminicidi al giorno.
I quattro episodi, pur nella loro eterogeneità, mettono in luce la tensione tra l’esigenza di risposte repressive immediate e il rischio di errori giudiziari. In Argentina, il risarcimento milionario evidenzia il costo per le finanze pubbliche di indagini frettolose; negli Stati Uniti e in Australia, le chat cancellate e le testimonianze digitali diventano prove chiave; in Messico, la severità della pena convive con l’incapacità di prevenire. Per l’Europa e l’Italia, dove il dibattito sulla presunzione d’innocenza e sulla custodia cautelare è periodicamente riacceso da casi di cronaca, queste vicende offrono un prisma attraverso cui valutare l’equilibrio tra tutela delle vittime e garanzie individuali. Il prossimo passaggio processuale atteso è l’udienza preliminare di Melbourne del 7 novembre, mentre in Argentina la Provincia dovrà ora liquidare l’indennizzo.
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