
Consenso revocabile e misoginia digitale: le nuove frontiere della dignità online
Dalla Colombia al Bangladesh, passando per il Brasile, corti e studi ridisegnano i confini tra libertà di espressione, protezione dell'onore e diritti degli animali negli spazi comuni digitali e fisici.
La Corte costituzionale colombiana ha stabilito che il consenso alla diffusione di immagini intime può essere ritirato in qualsiasi momento, ordinando al Congresso di valutare l'introduzione di una specifica fattispecie penale entro la prossima legislatura. La sentenza, che impone alle piattaforme di rimuovere permanentemente i contenuti e obbliga il responsabile a cancellarli e a seguire corsi su violenza di genere, ridefinisce il perimetro della volontà individuale nell'ecosistema digitale. Secondo i giudici di Bogotá, l'autorizzazione iniziale non esaurisce il diritto alla privacy, e la diffusione non consentita costituisce una forma di violenza digitale e sessuale che lede intimità, immagine e buon nome.
Parallelamente, uno studio dell'Università Federale di Bahia su oltre quarantasettemila immagini circolate su Telegram tra il 2020 e il 2026 rivela che la misoginia online si è spostata dalla pornografia esplicita a meme, montaggi e battute: oltre il novanta per cento dei contenuti classificati come misogini non conteneva nudità, ma veicolava disprezzo attraverso etichette come «vadia» o «vagabunda». I ricercatori brasiliani segnalano che quasi la metà dei post è stata pubblicata nel 2025 e che Telegram funge da centro di distribuzione verso YouTube, Instagram e X, con influencer che usano l'umorismo per mascherare la violenza e attrarre giovani nella cosiddetta «machosfera».
Dall'Asia meridionale, la prospettiva islamica offre un ulteriore tassello: giuristi del subcontinente, citando il Corano e la Sunna, equiparano la diffamazione online del carattere femminile al reato di qazf, punibile con ottanta frustate e l'inammissibilità della testimonianza se non si producono quattro testimoni oculari. Il principio della presunzione di innocenza (al-bara'a al-asliyya) e il divieto di sospetto (sura al-Hujurat, 12) vengono estesi senza distinzioni all'ambiente digitale, configurando un dovere religioso di verifica prima di condividere accuse che possano distruggere l'onore altrui.
Per l'Europa e l'Italia, queste tendenze indicano una crescente pressione affinché le piattaforme e i legislatori riconoscano la revocabilità del consenso e la natura strutturale della misoginia online come fenomeno non confinato a contenuti sessuali espliciti. Osservatori di Bruxelles sottolineano che il Digital Services Act offre già strumenti per contrastare i rischi sistemici legati alla violenza di genere, ma l'efficacia dipenderà dalla capacità delle autorità nazionali di interpretare meme e allusioni come condotte lesive. La Corte colombiana ha inoltre ordinato a ministeri e difensore civico di redigere linee guida in sei mesi, mentre il Congresso dovrà calendarizzare la discussione sulla nuova norma penale: un percorso che potrebbe influenzare il dibattito anche in America Latina e oltre.
| Stampa arabo levante-Maghreb | −0.20 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa indiana e sudasiatica | −0.50 | critical |
| Stampa latinoamericana | +0.40 | aligned |
La condanna penale è l'unico deterrente efficace contro la diffamazione online. La legge protegge la dignità delle donne.
Presenta il caso come un esempio di giustizia penale che funziona, rafforzando l'idea che la legge sia lo strumento principale per proteggere la dignità online.
L'Islam vieta severamente di accusare una donna senza prove. I fedeli devono astenersi da commenti che ledono l'onore altrui.
Fonda l'argomentazione su testi religiosi autorevoli (Corano e Sunnah), rendendo la posizione indiscutibile per i credenti.
Il consenso non è mai irrevocabile. La Corte ha stabilito che le donne possono ritirare il permesso in qualsiasi momento. La misoginia online va combattuta con strumenti legali e sociali.
Utilizza una sentenza concreta della Corte Costituzionale per stabilire un principio giuridico, e lo collega a dati di ricerca per mostrare la diffusione del fenomeno.
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