
Bagdad impone il disarmo delle milizie entro il 30 settembre, in coincidenza con il ritiro della coalizione
Il governo iracheno ha notificato a tutti i gruppi armati la scadenza per la consegna delle armi, mentre Washington condiziona la ripresa dei trasferimenti petroliferi a passi concreti contro le fazioni filo-iraniane.
Il governo di Bagdad ha fissato al 30 settembre 2026 il termine ultimo per il disarmo di tutte le formazioni armate operanti al di fuori del controllo statale, facendo coincidere la scadenza con la conclusione ufficiale della missione della coalizione internazionale anti-Isis guidata dagli Stati Uniti. Lo ha annunciato il portavoce dell’esecutivo, Haidar al‑Aboudi, precisando che dopo quella data ogni arma detenuta al di fuori dell’apparato di sicurezza sarà perseguita a norma di legge. Il primo ministro Ali al‑Zaidi ha ribadito che «confinare le armi nelle mani dello Stato non è uno slogan, ma una politica già in fase di attuazione», collegando esplicitamente il processo alla partenza delle forze della coalizione.
Secondo fonti vicine all’amministrazione statunitense, la scadenza è il frutto di un’intensa pressione di Washington, che nelle ultime settimane ha sospeso i pagamenti dei proventi petroliferi iracheni custoditi presso la Federal Reserve di New York e ha subordinato la ripresa dei trasferimenti e dell’assistenza alla sicurezza a «passi concreti» contro i gruppi armati filo‑iraniani. Nell’ottica di Bruxelles e di altre capitali europee, la mossa di Bagdad viene letta come un tentativo di ristabilire la sovranità statale in un paese dove le milizie legate a Teheran – molte delle quali confluite nella galassia del Hashd al‑Shaabi – hanno progressivamente accresciuto il proprio peso politico e finanziario, colpendo in più occasioni basi americane e, secondo gli Emirati Arabi Uniti, lanciando droni contro la centrale nucleare di Barakah durante la guerra mediorientale dello scorso inverno.
Da Teheran e dagli ambienti vicini alle fazioni più radicali si continua a indicare la presenza residua della coalizione come la vera ragione del mantenimento degli arsenali, ma alcune formazioni – tra cui Kataib Imam Ali e Asaib Ahl al‑Haq – hanno già avviato la riconsegna delle armi e la cessione del comando delle proprie brigate all’esercito regolare. La visita del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi a Bagdad, avvenuta il giorno prima dell’annuncio, e l’arresto di 47 persone nella Zona Verde, tra cui figure vicine a Teheran, segnalano la complessità del negoziato in corso. Il governo iracheno, dal canto suo, nega qualsiasi collegamento tra la campagna anticorruzione e il viaggio imminente di al‑Zaidi negli Stati Uniti, che sarà seguito da tappe in Turchia, Arabia Saudita e Iran.
La partita del disarmo si inserisce in un più ampio riassetto regionale successivo al cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran del giugno scorso, che ha lasciato irrisolto il nodo del ritiro israeliano dal Libano meridionale e ha riacceso la competizione per il controllo delle reti di influenza in Iraq. Per l’Italia e l’Europa, il consolidamento del monopolio statale della forza a Bagdad rappresenta un prerequisito per la stabilizzazione del paese e per la sicurezza degli approvvigionamenti energetici, mentre il governo iracheno si prepara a gestire la fase post‑coalizione con un calendario diplomatico fitto di incontri, a partire dal vertice alla Casa Bianca previsto per la seconda metà di luglio.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.50 | critical |
|---|---|---|
| Stampa iraniana e affini | +0.10 | neutral |
Il governo iracheno sta finalmente affrontando le milizie filo-iraniane che hanno minato la sua sovranità. La scadenza per il disarmo è un test per vedere se Baghdad può riprendere il controllo del proprio territorio.
Rappresentando il disarmo come una prova di sovranità contro l'interferenza straniera, la narrazione presenta l'Iraq come vittima dell'espansionismo iraniano e il governo come coraggioso riformatore.
La cornice omette il diffuso sostegno popolare alla campagna anticorruzione e il fatto che gli arresti includono molte figure non allineate all'Iran, presentandola esclusivamente come uno scontro con Teheran.
La campagna anticorruzione in Iraq è un passo necessario per ripulire il sistema politico, ma non deve essere usata come strumento per colpire gli alleati dell'Iran. Gli arresti e i piani di disarmo vanno visti come parte di una riforma interna, non come una campagna diretta dall'estero.
Enfatizzando l'angolo della corruzione interna e mettendo in dubbio le motivazioni degli arresti, la narrazione sposta l'attenzione dal disarmo delle milizie filo-iraniane e lo inquadra come una questione legale e interna.
La cornice omette la scadenza per il disarmo e il ruolo delle milizie filo-iraniane, riformulando la storia come una campagna anticorruzione interna.
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