
Mondiale, la Fifa ammette: le pause idriche non hanno convinto. Wenger: «Ora le analizzeremo»
Il capo dello sviluppo globale Arsène Wenger, alla vigilia della finale, riconosce le perplessità di tifosi e tecnici e annuncia una revisione dopo il torneo.
La partita più attesa, la finale tra Spagna e Argentina, si giocherà domani al MetLife Stadium di New York, ma la Fifa ha già un verdetto da metabolizzare: le pause obbligatorie di idratazione, introdotte in questa edizione a metà di ogni tempo in tutti gli incontri, saranno riesaminate a fondo. Lo ha dichiarato Arsène Wenger, direttore dello sviluppo globale del calcio, in una conferenza stampa che ha avuto il sapore di un’ammissione: «A volte alla gente non sono piaciute, e dopo il Mondiale dovremo analizzare quale sia stato l’impatto».
La misura, pensata per tutelare la salute degli atleti in un torneo disputato su un arco climatico che andava dal caldo estremo del Messico alle temperature miti di Boston e degli stadi coperti canadesi, è stata applicata senza distinzioni. Proprio questa uniformità ha generato la reazione più aspra. Dai banchi delle nazionali europee, il ct inglese Thomas Tuchel ha parlato di un’interruzione che «rompe l’identità della partita», mentre l’olandese Virgil van Dijk e lo stesso selezionatore spagnolo Luis de la Fuente, pur riconoscendo l’utilità in condizioni di caldo severo, ne hanno messo in dubbio la necessità sotto i tetti climatizzati. Ancora più radicale la voce sudamericana: il tecnico dell’Uruguay, Marcelo Bielsa, ha sostenuto che le pause «non hanno aggiunto nulla al calcio, distruggendone l’essenza culturale».
Sugli spalti, i fischi sono diventati una colonna sonora ricorrente, soprattutto negli impianti chiusi, dove la sospensione di tre minuti appariva un innaturale intervallo pubblicitario. E in effetti, secondo i dati diffusi negli ambienti televisivi statunitensi, uno slot di trenta secondi durante le fasi calde del torneo ha raggiunto quotazioni fino a 750.000 dollari, trasformando il cooling break in un’occasione commerciale che ha alimentato il sospetto di un Mondiale sempre più modellato sulle esigenze dei broadcaster. Wenger ha respinto l’idea che le pause abbiano alterato i risultati – «non mi è sembrato che cambiassero l’esito delle partite» – ma ha promesso «un’analisi approfondita» a competizione conclusa.
Nella stessa occasione, il dirigente francese ha difeso con convinzione l’allargamento a 48 squadre, definendolo «eticamente necessario» e un «grande successo», nonostante le perplessità iniziali. Un bilancio in chiaroscuro, dunque, che attende ora il vaglio post-torinese: la Fifa dovrà decidere se le pause idriche resteranno un’eccezione legata a questo Mondiale o se entreranno stabilmente nel regolamento, con tutto il loro carico di polemiche.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.70 | critical |
|---|---|---|
| Stampa israeliana | −0.30 | critical |
| Stampa africana subsahariana | 0.00 | neutral |
Gli allenatori dissenzienti e la tradizione calcistica sono la voce principale, contrapposta alla FIFA.
Personalizzazione del conflitto attraverso la citazione di un allenatore che usa un linguaggio forte ('distruggere l'essenza culturale'), creando polarizzazione.
Non menziona che le pause erano obbligatorie indipendentemente dal clima, né il riconoscimento di Wenger sulle opinioni divise.
I critici e i broadcaster sono al centro: le pause servono alla pubblicità, non ai giocatori.
Rivelazione del sottotesto commerciale, smascherando l'interesse economico dietro una misura apparentemente tecnica.
Non riporta la posizione di FIFA che le pause non hanno influenzato i risultati, né eventuali benefici per la salute.
La FIFA e Wenger riconoscono la divisione e si impegnano a valutare.
Uso di dichiarazioni ufficiali per presentare la decisione come tecnica e razionale, evitando di prendere posizione.
Non menziona le critiche degli allenatori né il legame con le pause pubblicitarie.
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