
Il sorpasso silenzioso: l’Africa supera l’Asia nella mappa della fame
Mentre la denutrizione globale cala per il terzo anno consecutivo, il baricentro della crisi alimentare si sposta a sud del Sahara, dove due persone su tre non possono permettersi un’alimentazione sana.
Nella sala del Comitato per l’Agricoltura della FAO, a Roma, il 21 luglio, Máximo Torero ha proiettato sullo schermo una cifra che racchiude un paradosso: 4,28 dollari. È il costo minimo giornaliero, calcolato a parità di potere d’acquisto, di una dieta in grado di soddisfare fabbisogni energetici e nutritivi essenziali. Pochi spiccioli in più della soglia di povertà estrema, fissata a tre dollari, ma sufficienti a escludere dal diritto a un’alimentazione sana 2,69 miliardi di persone, un terzo dell’umanità. Torero, capo economista dell’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura, ha presentato così il rapporto annuale sullo stato della sicurezza alimentare, redatto da cinque agenzie delle Nazioni Unite, in un pomeriggio romano che ha mescolato cauti ottimismi e avvertimenti severi.
Il dato globale offre un primo spiraglio: nel 2025 la fame ha toccato il 7,8% della popolazione mondiale, circa 645 milioni di persone, in calo rispetto all’8,1% dell’anno precedente e all’8,6% del 2022. È il terzo anno consecutivo di miglioramento, trainato in gran parte dall’Asia – in particolare dall’India, dove programmi di welfare mirati e una produttività agricola in crescita hanno spinto l’indice di denutrizione sotto il 10% – e dall’America Latina, con il Brasile stabilmente fuori dalla mappa della fame e una prevalenza scesa al 4,8% regionale. Eppure, proprio mentre l’Asia consolida i progressi, il continente africano ha compiuto un sorpasso storico: con 309 milioni di persone denutrite, ha superato per la prima volta l’Asia (292 milioni) come regione con il maggior numero assoluto di affamati. Non si tratta solo di un effetto demografico: in Africa la quota di popolazione che non può permettersi una dieta sana è salita al 66,6%, più del doppio rispetto all’Asia, e la prevalenza della sottoalimentazione, pur mostrando segnali di stabilizzazione, resta al 20%.
Dietro le medie continentali si nascondono storie di infrastrutture fragili, reti di trasporto carenti e barriere commerciali che, secondo gli analisti della FAO, rendono proibitivi i costi di alimenti deperibili come frutta, verdura, latte e carne. In Etiopia, Tanzania, Senegal e Zambia si intravedono timidi miglioramenti, ma la guerra in Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo continua a strappare contadini alla terra e famiglie a qualsiasi reddito. Il paradosso nutrizionale è sotto gli occhi di tutti: mentre 150 milioni di bambini sotto i cinque anni soffrono di arresto della crescita, l’obesità adulta è salita dal 12,1% del 2012 al 16,2% del 2024, alimentata proprio da diete povere di nutrienti ma ricche di calorie a basso costo. L’allarme lanciato da Torero – «l’obesità sta crescendo a un ritmo vertiginoso, dobbiamo lavorare intensamente per minimizzare i costi nascosti che questo aumento comporterà» – risuona come un monito anche per i sistemi sanitari europei, già alle prese con l’impatto delle malattie croniche legate all’alimentazione.
A gettare ombre sui progressi intervengono però le tensioni geopolitiche e i capricci del clima. Il conflitto in Medio Oriente ha innescato rincari di energia e fertilizzanti che, attraverso le strozzature nello Stretto di Hormuz, si propagano lungo le rotte commerciali globali, minacciando di invertire la tendenza. Le proiezioni dell’ONU indicano che, a seconda della durata della crisi, nel 2030 potrebbero esserci tra 510 e 520 milioni di persone affamate, contro i 503 milioni stimati prima della guerra. E un possibile El Niño forte nel 2026-2027, non ancora incorporato nei modelli, potrebbe aggravare ulteriormente il quadro, colpendo i raccolti nelle regioni più vulnerabili.
All’uscita dalla sala del COAG, tra i partecipanti si incrociavano sguardi che mescolavano sollievo e inquietudine. Il rapporto aveva appena certificato che 86 milioni di persone in meno soffrono di insicurezza alimentare moderata o grave rispetto al 2024, ma aveva anche ricordato che il costo di una dieta sana – 4,28 dollari al giorno – resta un miraggio per miliardi di individui. In un mercato di Lusaka o di Addis Abeba, quel prezzo significa dover rinunciare all’uovo o al mango, ripiegando su una polenta di mais che riempie lo stomaco ma non nutre. Ed è in quella scelta quotidiana, silenziosa e collettiva, che si gioca la partita più difficile: non solo sconfiggere la fame, ma garantire a tutti il diritto a un cibo che sia davvero nutrimento.
| Stampa atlantica / anglosfera | 0.00 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa africana subsahariana | −0.30 | critical |
| Stampa europea continentale | −0.10 | neutral |
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