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Crimini & Disastrivenerdì 3 luglio 2026

Venezuela, Fabio non ce l’ha fatta: nove giorni sotto le macerie, salvo il capo della polizia

Mentre le squadre internazionali non rilevano segni di vita per il bambino di 9 anni, il viceammiraglio Romero comunica in codice Morse. Polemiche sui ritardi nei soccorsi.

A nove giorni dal doppio terremoto che ha devastato il nord del Venezuela, la sorte di Fabio Bastardo, 9 anni, si è consumata in un contrasto lacerante tra la speranza dei familiari e i silenzi registrati dalla tecnologia. Il bambino era rimasto intrappolato sotto le macerie del palazzo Tahiti, un edificio di dodici piani crollato a Caraballeda, nello stato di La Guaira. Mentre il padre Francisco, marinaio in videocollegamento dallo Stretto di Hormuz al momento della scossa, continuava a ripetere di sentire il figlio rispondere ai suoi richiami, i soccorritori internazionali – giunti da Argentina, El Salvador e Spagna – hanno utilizzato sonar, georadar, droni e cani molecolari senza rilevare alcun segno di vita. Per Fabio, le autorità locali e diverse fonti dell’agenzia Efe hanno confermato il decesso, spegnendo l’ultima speranza dopo oltre duecento ore di scavi.

Accanto a questa tragedia, un altro nome è rimbalzato sui social e nei bollettini delle squadre di ricerca: il viceammiraglio Gustavo Romero Matamoros, capo della polizia di La Guaira, è stato localizzato vivo sotto il condominio Oasis Beach di Catia La Mar. Con una mano schiacciata e un braccio immobilizzato, Romero comunica con l’esterno battendo colpi in codice Morse; con lui si troverebbero altre venti persone, delle quali non si conoscono le condizioni. La moglie, via radio, gli ha fatto arrivare un messaggio: «Amore, sappiamo dove sei, resisti». I soccorritori procedono con estrema cautela, chiedendo il silenzio assoluto ai presenti per captare i segnali sempre più deboli dell’ufficiale.

Il bilancio ufficiale della catastrofe – tra 2.595 e 2.645 morti, oltre 12.600 feriti e migliaia di sfollati – include anche cittadini italiani: le famiglie Cuomo e Garofalo sono state sterminate sotto le macerie, riportando al centro dell’attenzione la storica presenza italiana in Venezuela. Sul fronte dei soccorsi, tuttavia, si addensano ombre e accuse. La giovane content creator Paola Lairet ha denunciato in un video virale la mancanza di gru e mezzi pesanti per sollevare i blocchi di cemento, sostenendo che scanner cileni avrebbero individuato 39 persone ancora in vita sotto il complesso Caribe, dove si troverebbero i suoi genitori. La giornalista della Cnn Isa Soares ha documentato la carenza di carburante che costringe i residenti a scavare a mani nude. Il governo, per voce della presidente ad interim Delcy Rodríguez, ha respinto ogni addebito, parlando di 19.000 uomini dispiegati e accusando non meglio precisati «laboratori mediatici» di voler politicizzare la crisi umanitaria.

Mentre l’Organizzazione mondiale della sanità lancia l’allarme per il rischio di epidemie di morbillo aggravato dalla bassa copertura vaccinale, le operazioni di salvataggio procedono in un clima di crescente tensione. La scomparsa di Wilmer Antonio Cruz, detto “El Topo”, il soccorritore volontario prelevato da agenti della sicurezza poche ore dopo aver denunciato ritardi e inefficienze, getta un’ulteriore ipoteca sulla gestione dell’emergenza. Al momento, l’unica certezza è che sotto le macerie dell’Oasis Beach si continua a lottare, mentre per il piccolo Fabio il silenzio dei rilevatori ha spento anche l’ultimo, tenace battito della speranza.

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venerdì 3 luglio 2026

Venezuela, Fabio non ce l’ha fatta: nove giorni sotto le macerie, salvo il capo della polizia

Mentre le squadre internazionali non rilevano segni di vita per il bambino di 9 anni, il viceammiraglio Romero comunica in codice Morse. Polemiche sui ritardi nei soccorsi.

A nove giorni dal doppio terremoto che ha devastato il nord del Venezuela, la sorte di Fabio Bastardo, 9 anni, si è consumata in un contrasto lacerante tra la speranza dei familiari e i silenzi registrati dalla tecnologia. Il bambino era rimasto intrappolato sotto le macerie del palazzo Tahiti, un edificio di dodici piani crollato a Caraballeda, nello stato di La Guaira. Mentre il padre Francisco, marinaio in videocollegamento dallo Stretto di Hormuz al momento della scossa, continuava a ripetere di sentire il figlio rispondere ai suoi richiami, i soccorritori internazionali – giunti da Argentina, El Salvador e Spagna – hanno utilizzato sonar, georadar, droni e cani molecolari senza rilevare alcun segno di vita. Per Fabio, le autorità locali e diverse fonti dell’agenzia Efe hanno confermato il decesso, spegnendo l’ultima speranza dopo oltre duecento ore di scavi.

Accanto a questa tragedia, un altro nome è rimbalzato sui social e nei bollettini delle squadre di ricerca: il viceammiraglio Gustavo Romero Matamoros, capo della polizia di La Guaira, è stato localizzato vivo sotto il condominio Oasis Beach di Catia La Mar. Con una mano schiacciata e un braccio immobilizzato, Romero comunica con l’esterno battendo colpi in codice Morse; con lui si troverebbero altre venti persone, delle quali non si conoscono le condizioni. La moglie, via radio, gli ha fatto arrivare un messaggio: «Amore, sappiamo dove sei, resisti». I soccorritori procedono con estrema cautela, chiedendo il silenzio assoluto ai presenti per captare i segnali sempre più deboli dell’ufficiale.

Il bilancio ufficiale della catastrofe – tra 2.595 e 2.645 morti, oltre 12.600 feriti e migliaia di sfollati – include anche cittadini italiani: le famiglie Cuomo e Garofalo sono state sterminate sotto le macerie, riportando al centro dell’attenzione la storica presenza italiana in Venezuela. Sul fronte dei soccorsi, tuttavia, si addensano ombre e accuse. La giovane content creator Paola Lairet ha denunciato in un video virale la mancanza di gru e mezzi pesanti per sollevare i blocchi di cemento, sostenendo che scanner cileni avrebbero individuato 39 persone ancora in vita sotto il complesso Caribe, dove si troverebbero i suoi genitori. La giornalista della Cnn Isa Soares ha documentato la carenza di carburante che costringe i residenti a scavare a mani nude. Il governo, per voce della presidente ad interim Delcy Rodríguez, ha respinto ogni addebito, parlando di 19.000 uomini dispiegati e accusando non meglio precisati «laboratori mediatici» di voler politicizzare la crisi umanitaria.

Mentre l’Organizzazione mondiale della sanità lancia l’allarme per il rischio di epidemie di morbillo aggravato dalla bassa copertura vaccinale, le operazioni di salvataggio procedono in un clima di crescente tensione. La scomparsa di Wilmer Antonio Cruz, detto “El Topo”, il soccorritore volontario prelevato da agenti della sicurezza poche ore dopo aver denunciato ritardi e inefficienze, getta un’ulteriore ipoteca sulla gestione dell’emergenza. Al momento, l’unica certezza è che sotto le macerie dell’Oasis Beach si continua a lottare, mentre per il piccolo Fabio il silenzio dei rilevatori ha spento anche l’ultimo, tenace battito della speranza.

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